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L’identità italiana vive di stereotipi?

Dovunque andiamo troviamo lo stereotipo: a volte ci vengono attribuiti altre volte li appioppiamo noi. In questa rubrica narreremo le avventure di italiani e stranieri alle prese con i clichè…

Dovunque andiamo troviamo lo stereotipo: a volte ci vengono attribuiti altre volte li appioppiamo noi. In questa rubrica narreremo le avventure di italiani e stranieri alle prese con i clichè in tutte le loro forme e assolutamente inevitabili dimostrando però che questo non impedisce di creare legami con chi chiamiamo straniero.

Italiani che gesticolano, italiani che vestono con eleganza, italiani che “guidano per uccidere”: di clichè sull’Italia ne esistono a bizzeffe. Ma quanti di questi ci caratterizzano realmente? E soprattutto come questi stereotipi condizionano la nostra “italianità” rendendoci unici agli occhi del resto del mondo?

Durante un breve soggiorno in Francia le autrici di questo articolo hanno interrogato, tramite un focus group, ragazzi di varie nazionalità (Algeria, Francia, Germania, Grecia, Spagna e Turchia) in merito ai clichè che attribuiscono agli italiani e a come quest’ultimi si applichino alla realtà divenendo di conseguenza un vantaggio o meno per il Belpaese. Il fatto di essere sempre notati per i nostri modi di fare “italiani” durante tutta la nostra permanenza e di aver ricevuto molte domande riguardo all’Italia ci ha fatto chiedere se l’identità nazionale italiana si costruisca attraverso i suoi stereotipi o se adirittura esiste solo grazie ad essi.

Ecco qua le risposte che abbiamo ottenuto durante il focus group e le considerazioni inevitabilmente emerse.

STILE DI VITA

Il nostro Paese è universalmente riconosciuto come la patria dell’arte e della moda. Tutti gli intervistati si sono trovati d’accordo nel dire che il patrimonio artistico italiano è tra i migliori al mondo. Nell’ambito moda invece l’Italia deve confrontarsi con la Francia poiché entrambe sono considerate eccellenze nel settore.

Inutile dire che i partecipanti hanno espresso la propria ammirazione nei confronti della cucina italiana e del caffè espresso.

Inoltre ogni singolo partecipante al focus group ha concordato nel riconoscere gli italiani come una popolazione molto chiassosa ma che soprattutto comunica anche gesticolando molto.

POLITICA E MAFIA

Stereotipo negativo ma inevitabile, secondo i partecipani la piaga della mafia condiziona pesantemente la Nazione italiana. Tuttavia, i nostri amici algerini (che abbiamo scoperto essere più compatibili con la personalità dell’italiano di quanto si potesse immaginare) sostengono che la mafia passi in secondo piano quando si parla d’Italia perché in primis si pensa alla cucina. Il nostro Paese è stato bersaglio di clichè riguardo alla situazione politica italiana soprattutto recente ritenuta a tratti estrema e a tratti comica.

ITALIANI CASANOVA

Nonostante il disaccordo delle due autrici gli intervistati sono convinti che l’italiano sia un vero latin lover, sempre ben vestito e pronto ad attaccare bottone (qualche partecipante ha specificato “non ci provano bene ma ci provano sempre”) anche quando già in coppia.

Non solo casanova: anche quando non si tratta di rimorchiare gli italiani sono sempre amichevoli nei confronti del prossimo anche se è emersa una differenza abissale tra l’approccio delle persone del Sud Italia e gli abitanti del Nord del Paese.

CONSIDERAZIONI

L’Italia è vista, anche grazie ai suoi stereotipi, in maniera estremamente positiva dai rappresentanti di ogni Nazione che ha partecipato al nostro focus group (forse in maniera più neutra da Germania, Spagna e Francia).

Interessante è la riflessione dei rappresentanti della Grecia in merito alla somiglianza tra la loro Nazione e la nostra “Nel nostro Paese si dice una faccia una razza. Italiani e greci vengono da luoghi geografici non dissimili e hanno tratti somatici abbastanza vicini, tuttavia l’Italia ha una forte visibilità a livello internazionale dovuta alla sua riconoscibilità”.

Dopo aver tratto le nostre conclusioni abbiamo notato che il punto di vista di uno degli intervistati si è rivelato fondamentale per comprendere come, secondo noi, vive l’identità italiana: “gli italiani non hanno un’identità nazionale ma se la creano attraverso gli stereotipi, che sono anche ciò che attrae gli stranieri e gli permette di venire in Italia, con grande guadagno per la vostra Nazione”.

Amida Agalliu, Beatrice Alunni

Tutti i partecipanti del progetto in Francia.

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“Nuovi umbri” alla conquista dell’Europa!

Due “nuovi umbri” ci raccontano la loro esperienza Erasmus in Germania e la loro esperienza dell’Europa. Dai paesi dell’Umbria alla grande ed alternativa Berlino, passiamo la parola a Karima e…

Due “nuovi umbri” ci raccontano la loro esperienza Erasmus in Germania e la loro esperienza dell’Europa.
Dai paesi dell’Umbria alla grande ed alternativa Berlino, passiamo la parola a Karima e Myrco!

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Un ponte tra Perugia e Tunisi

Iniziamo dicendo che no, non è l’incubo peggiore di qualsiasi nazional-sovranista europeo, ma l’idea che ha portato alla nascita dell’Open Art Week (WAO): incontri, mostre e spettacoli di arte contemporanea,…

Iniziamo dicendo che no, non è l’incubo peggiore di qualsiasi nazional-sovranista europeo, ma l’idea che ha portato alla nascita dell’Open Art Week (WAO): incontri, mostre e spettacoli di arte contemporanea, organizzati dall’Associazione REA, che per 9 giorni hanno portato un po’ di Tunisia, la sua parte più vera e libera, in giro per Perugia.

Quello della “Libertà”, con la L maiuscola, è stato un tema che è sempre tornato al centro degli incontri cui abbiamo preso parte. Libertà di vivere al meglio la propria vita e libertà di esprimersi si sono incontrate, fuse, e per la sua prima edizione l’Open Art Week ha scelto proprio Perugia per dare voce e spazio agli artisti partecipanti.

open art week foto Ziad Ben Romdhane minimetrò piramide solfati

Una delle foto di Ziad Ben Romdhane. E no, in Tunisia non ci sono piramidi…

Se avete usato il minimetrò tra il 29 e il 7 ottobre, e vi siete guardati un po’ intorno, forse avrete notato che nelle stazioni hanno trovato posto fotografie, in bianco e nero, che non avevate mai visto prima. Erano le foto scattate da Ziad Ben Romdhane, che ha cercato di raccontare per immagini alcuni aspetti della vita (e qualche assurdità) della Tunisia moderna.

Le abbiamo viste mentre salivamo in centro per andare a vedere uno dei film del WAO proiettati al Postmodernissimo, “El Gort”, di Hamza Ouni. Un documentario frutto di anni di riprese e interviste, iniziato con il padre del regista e concluso non senza grandi difficoltà, come ci ha confessato lo stesso Hamza alla fine della proiezione: “per anni il documentario è stato censurato, la proiezione è stata vietata. È triste come un film girato per i tunisini possa essere guardato solo all’estero. Ora, dopo la fine della dittatura, la situazione in parte è cambiata, però…”. Però, come fanno capire i protagonisti del documentario, alcune cose non cambiano mai: nel loro caso, la miseria e le difficoltà del mercato del fieno, sempre meno redditizio, e che portano molti a sognare di partire, per un posto in cui non siano umiliati dal loro stesso Paese, per cercare altrove fortuna e una vita più facile (anche, a volte, fuori dalla legge); per l’autore, il tendenziale ostracismo di una parte dell’élite del suo Paese per chi cerca di mostrare i problemi dei giovani tunisini.

“La libertà di espressione per voi è una cosa normale; per noi non è stato così, c’è stata una lotta per guadagnarcela durante quella che chiamate ‘Rivolta dei Gelsomini’. Ora possiamo dire cose che prima non potevamo neanche pensare. Anche se quelli che i manifestanti portavano erano machmun, e non mazzi di gelsomini!”. Il sorriso contagioso di Seif Eddine Nechi si riapre solo alla fine del suo commento sulla libertà di espressione. Nella mostra dei suoi fumetti al Tangram ha raccontato di come è diventato uno tra i più apprezzati fumettisti della “nuova generazione” tunisina, di come ha dovuto sgomitare perché lui e il collettivo Soubia, di cui fa parte, avessero uno spazio nella scena culturale di Tunisi. Anche perché i loro fumetti, anche se molto apprezzati dalla critica internazionale, sono in tunisino, sono fatti per i tunisini. Anche a costo di non avere grandi finanziamenti e dover organizzare piccoli eventi o distribuire i fumetti gratuitamente per coltivare la loro passione.

Un altro dei film portati dal WAO al Postmodernissimo, “The Last of Us”, opera prima del 2016 di Ala Eddin Slim, affronta il tema della libertà in un modo completamente diverso, per dire la verità completamente inaspettato. Inizia come potrebbe iniziare un film “normale” (per quanto senza dialoghi) sulla “normale” realtà dei nostri giorni, con due uomini che attraversano il deserto per dirigersi verso il mare. Uno di loro viene fermato quasi subito, da degli uomini che tendono loro un’imboscata, mentre l’altro (dai titoli di coda sappiamo che il suo nome è semplicemente N.) continua il suo viaggio, per poi arrivare alla spiaggia, rubare una barca e salpare verso quella che presumiamo sia l’Europa. Ma non c’è la modernità ad aspettare il protagonista, accolto invece da foreste e nessuna traccia di civiltà o di presenza umana. Fino a quando “incontra” (guardate il film e vi spiegherete il virgolettato) un vecchio cacciatore, coperto da pelli di animale, visibilmente selvaggio.

open art week scena The Last of Us

Una scena da “The Last of Us” di Ala Eddin Slim

Si capisce qui che il film ha lasciato il terreno dalla critica e dell’attualità per entrare nell’immaginifico, che la barca di N. è attraccata nel passato remoto (o nel futuro post-apocalittico, chissà), e che il nostro eroe è all’inizio di un cammino che lo porterà a trovare la libertà non nell’occidente contemporaneo, ma nella natura preistorica, selvaggia e proprio per questo vera.

All’Open Art Week non ci sono stati solo incontri ed eventi per presentare le opere, ma anche workshop aperti a tutti coloro che volessero conoscere meglio una certa espressione artistica, e diventare loro stessi protagonisti dello spettacolo multiculturale che stava andando in scena in quei giorni. Uno degli artisti che si sono prestati è stato il nostro Nechi, che tutti i giorni ha incontrato gli studenti per un laboratorio di fumetti; un altro è stato Rochdi Belgasmi, ballerino e insegnante di danza contemporanea.

open art week spettacolo rochdi belgasmi

Una momento dello spettacolo (dal profilo Instagram del WAO)

Il suo spettacolo, alla Corsia Of, è stato un incredibile incontro tra la danza tradizionale tunisina (in tutte le sue varianti locali) e la danza moderna, in un turbine che non ha risparmiato né il ballerino né i tanti spettatori, chiamati a ballare prima in piccoli gruppi e poi tutti insieme, per condividere un momento di libertà nel ritmo e nella musica tunisina.

Questi sono stati solo alcuni degli eventi che hanno movimentato Perugia nella prima settimana di ottobre; dalla settimana successiva, per altri 9 giorni, la contaminazione artistica si ribalta, con artisti italiani a portare la loro passione a Tunisi, in uno scambio che speriamo rinforzi i legami tra le due (vicine, vicinissime) sponde del Mediterraneo.

Grazie Open Art Week, per favore: torna a Perugia anche il prossimo anno.

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Da Gubbio al grande schermo: emarginazione, solidarietà e amicizia in “Mon amour, mon ami”

“È difficile sposare per finta qualcuno che ti ama davvero” È questa la frase che più colpisce nel corto di Adriano Valerio, “Mon amour, mon ami”. 15 minuti di vita…

“È difficile sposare per finta qualcuno che ti ama davvero”

È questa la frase che più colpisce nel corto di Adriano Valerio, “Mon amour, mon ami”. 15 minuti di vita vera e vissuta; due storie di emarginazione che si incontrano e si salvano, tra solidarietà, amicizia (e amore), in una Gubbio periferica, insolitamente distante. Il film è stato proiettato nel 2017 al Festival del cinema di Venezia e al Toronto Film Festival, dove ha raccolto grande consenso di pubblico e critica.

Siamo andati a vederlo al cinema Melies, a Perugia, per il Perso – Perugia Social Film Festival. C’era anche l’autore, che ci ha raccontato, prima e dopo la proiezione, alcuni aspetti della vicenda che non potevano apparire nel corto, per mancanza di tempo o perché accaduti dopo le riprese.

La prima domanda dal pubblico è ovviamente: “ma come è finita? Si sono sposati o no?”. Adriano sorride, chissà quante volte l’ha sentita. “Daniela dopo le riprese sembrava aver cambiato completamente idea. Di punto in bianco dice di voler sposare quell’uomo cui poco tempo prima, nonostante i grandi bellissimi cambiamenti che aveva portato nella sua vita, aveva chiesto di lasciare la casa in cui abitavano. Ma la cosa è ancora in forse, nessuno sa come andrà veramente. Quello che è sicuro è che trovarsi davanti alla macchina da presa ha completamente sconvolto la vita di queste due persone. Farsi filmare li ha portati a vedere la loro storia in modo diverso. Alla fine quasi tutti trovano una spinta particolare nell’essere protagonisti di un film. Soprattutto se si è in una situazione difficile.”

E in effetti la storia personale dei due protagonisti è stata difficile. “Tutti e due figli di famiglie di una certa importanza, lui di un imam di Casablanca e lei di un medico di Bari, prima di incontrarsi avevano entrambi seri problemi con l’alcool. Ho incontrato Fouad in un bar, gli ho offerto una birra e abbiamo iniziato a parlare. Mi ha raccontato della sua storia, e del suo rapporto con Daniela. Quando si sono incontrati hanno trovato nell’altro la forza per uscire dal tunnel. Quando abbiamo pensato di portare al cinema la loro vicenda ne erano molto felici. Raccontarsi (e impersonarsi) li ha aiutati molto. Le difficoltà però non sono finite con l’inizio delle riprese.”

Per esempio? “A Venezia e Toronto hanno avuto un assaggio di un mondo molto diverso dal loro: il cinema, i complimenti, l’essere a modo loro famosi… quando sono tornati sono iniziati i problemi. La gente a Gubbio ha iniziato a guardarli in modo diverso, e non in meglio. Alcuni hanno iniziato a rinfacciare piccole cose che fino a poco prima passavano inosservate, solo per il fatto che loro “sono famosi”, “sono attori”; come se la loro vita fosse migliorata in modo così drastico, e fossero davvero degli attori di professione. In particolare Fouad ha risentito del cambiamento, mi ha detto apertamente che la situazione stava davvero peggiorando. Se poi consideriamo il clima generale verso gli immigrati tra 2017 e 2018, proprio quando si è concretizzato il progetto di questo corto, possiamo capire a cosa poteva essere dovuto questo cambiamento”.

“Ora stiamo lavorando all’idea di rendere questo corto-documentario un film, come se quello che abbiamo girato sia stato solo un primo episodio di una storia più lunga. Intanto, sono rimasto in contatto con Fouad e Daniela, e a volte siamo invitati per far vedere il filmato nelle scuole, per interagire con i più giovani. Per raccontare anche ai ragazzi la loro vita.”

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How to: comunicare positivamente l’immigrazione

Se siete approdati su questa pagina, qualunque siano le vostre posizioni sull’immigrazione, vi sarete sicuramente lamentati di una cosa: l’immigrazione viene comunicata male. Scrivo questo articolo perché sono d’accordo con…

Se siete approdati su questa pagina, qualunque siano le vostre posizioni sull’immigrazione, vi sarete sicuramente lamentati di una cosa: l’immigrazione viene comunicata male.
Scrivo questo articolo perché sono d’accordo con voi. Tutti noi, e non parlo solo di media e social network, stiamo facendo degli sbagli quando parliamo di immigrazione:

Una piccola verità sugli immigrati per continuare la lettura                           L’8% della popolazione residente in Italia è composta da immigrati. No, non il 30% come dicono sempre i sondaggi. Sono un po’ pochini per usare paroloni come di “invasione di migranti”, non trovate? Vi dirò di più: la maggior parte di questo 8% sono persone appartenenti al ceto medio del loro paese che vengono qui in maniera completamente legale per costruire un futuro migliore ai loro figli. Insomma, sono persone che ci somigliano: alzi la mano chi tra voi non ha mai pensato di trasferirsi all’estero per ottenere un lavoro migliore.
Aggiungo un ultimo dato a conclusione di questo paragrafo: gli immigrati, con il loro lavoro, producono quasi il 9% del PIL nazionale. La ricchezza generata da questo 8% di popolazione va poi a supportare le pensioni dei numerosi anziani residenti in questo Paese/di nonni e genitori italiani.

Ma se i dati esatti sull’immigrazione sono questi allora perchè si diffondono notizie ben più negative?
Non si sa se sia l’amore o l’odio la forza a muovere questo mondo: quel che purtroppo pare essere certo è che l’odio fa più notizia. Se a ciò si aggiunge il potere di amplificazione di internet diventa questione di un attimo indignarsi perché Samuel L. Jackson se ne sta “svaccato” su una panchina a Forte dei Marmi vestito Prada grazie ai 35€ giornalieri che prende dalle nostre tasche.
Sono sempre più le persone che dicono di informarsi su facebook, l’habitat ideale per la nascita delle filter bubbles, ossia ecosistemi informativi personali creati da degli algoritmi che operano in base a ciò che andiamo a visualizzare mentre navighiamo in rete. Ciò ci porta ad isolarci da tutto ciò che entra in conflitto con le nostre convinzioni.
Coloro che “vivono” in filter bubbles simili si ritrovano a condividere le loro idee, creando tribù virtuali in cui sentono ripetersi ciò che già pensano e possono compiacersene: è il fenomeno dell’echo chamber, dove tutte le voci sono un eco della propria linea di pensiero.
Approvandosi a vicenda, questi gruppi di persone tendono a radicalizzare le proprie posizioni.

E allora che si fa?
In quasi tutta Europa sono state condotte indagini in merito allo sfasamento tra la realtà di un Paese e la percezione della realtà da parte degli abitanti di questo Paese ed’è emerso che tra tutti gli italiani sono la popolazione che percepisce il reale nella maniera più distorta e negativa. Per comunicare l’immigrazione nel modo corretto basterebbe ridurre lo sfasamento tra realtà e percezione della realtà. Come? Parlando di tutto ciò che apporta, economicamente e culturalmente, l’immigrazione. Non si tratta di inoculare in chi legge e ascolta un contenuto di good news ma di comunicare il reale in tutta la sua complessità.
Non occorre essere giornalisti per raccogliere informazioni e parlare di una cosa su cui si è preparati ma è importante conoscere come funziona la comunicazione: se non si diventa critici della comunicazione se ne subiscono gli effetti.

Ma nessuno se ne occupa?
Proporre alternative è già difficile, rompere le echo chambre ancora di più: ci sono già state molte campagne per cambiare la percezione che le persone hanno dell’immigrazione e non sempre hanno sortito gli effetti sperati.
A volte gli stessi giornalisti usano un linguaggio troppo di nicchia quando la comunicazione dovrebbe trovarsi a metà tra potere e popolazione.
Proprio perché lo scopo della comunicazione è mediare è importante interrogarci sul nostro ruolo nel diffondere notizie giuste e sbugiardare notizie sbagliate. Ciò di cui parlo in questo articolo, infatti, non vale solo per televisione e giornali: comunicare nel modo corretto è responsabilità di tutti.

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“Via di qua”, con Human Beings entra in scena la ricchezza della diversità

Lo studio teatrale Smascherati! e il laboratorio teatrale Human Beings hanno portato in scena per tre serate al Chiostro Sant’Anna il loro ultimo lavoro teatrale, “Via di qua”. Se nella…

Lo studio teatrale Smascherati! e il laboratorio teatrale Human Beings hanno portato in scena per tre serate al Chiostro Sant’Anna il loro ultimo lavoro teatrale, “Via di qua”.

Se nella locandina di uno spettacolo leggi che quello che stai per vedere è un “gioco scenico di varia umanità”, sai già che stai andando incontro ad un’esperienza come poche altre. E ne sei ancora più convinto se poi vedi che lo spettacolo è organizzato da un “workshop teatrale inter-culturale internazionale”, con 35 componenti provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, a titolo non solo di attori. “I ragazzi sono anche ideatori dello spettacolo, buona parte di quello che vedrete viene dalle loro idee su quello che vogliono trasmettere”, spiega la ragazza che fa la maschera per la serata. “Beh se l’hanno fatto i giovani allora sarà divertente!” è il commento di una delle signore che hanno chiesto informazioni.

A dire la verità, “divertimento” non è la prima parola che mi viene in mente quando ripenso allo spettacolo. I momenti che strappavano un sorriso o una risata non sono mancati. Ma almeno nel mio caso sono state motivate dall’assurdità delle immagini evocate dagli attori a beneficio della platea: a tratti grottesche, crudeli nel loro essere così rappresentative della realtà. E questo è vero fin dalla prima scena.

Il tutto parte, come tante altre storie, dal mare. Il rumore delle onde è inconfondibile; una tavola di legno simula una barca; gli attori che cercano di issarsi su di essa, uomini che non si rassegnano al destino di un naufragio imminente (vero o figurato, nel mare o nella vita, non è dato saperlo). Il primo ragazzo fallisce; così il secondo. Il terzo, finalmente, riesce ad arrampicarsi sulla tavola. Ma un altro personaggio si dirige fischiettando verso il centro della scena; nella finzione scenica il suo bastone diventa un fucile, i “bang” diventano spari, e uno di questi colpisce il naufrago alle sue spalle, che ricade in acqua tra le risate dell’uomo col fucile, incurante degli effetti della sua incoscienza armata. Come minimo, è una metafora della noncuranza di alcuni soggetti verso le tribolazioni altrui; se poi la vogliamo prendere in senso più letterale…

Intervallate da altre scene più “leggere”, ce ne sono state altrettante a raffigurare, ricorrendo all’assurdo, le assurdità di alcuni comportamenti, così squisitamente e tristemente umani. Alcune mi sono rimaste particolarmente impresse:

  • il tentativo di una ragazza del nord Italia di insegnare una canzone popolare (“La bella polenta”) e la relativa mimica a due ragazzi africani, che si prestano bene al gioco; e la reazione di altri due personaggi nell’ascoltare e vedere la parte finale del simpatico spettacolino (“come si caga la bella polenta? La bella polenta si caga così! Oh-oh-oh, la bella polenta così”). Quali stereotipi simboleggiavano i due personaggi, molto ben vestiti e altrettanto disgustati dalla scena? il francese con la punta sotto il naso? il tedesco sprezzante? O semplicemente chiunque abbia una immotivata chiusura mentale?

 

  • La diatriba tra una ragazza italiana ed un ragazzo nero su chi dei due fosse “fuori” e chi “dentro”, una volta messa tra loro una porta; e una volta tolta la porta, chi dei due fosse “fuori” o “dentro” rispetto ad un confine segnato col piede sul terreno. Un’assurdità, ma un’assurdità contagiosa, che travolge in pochi secondi tutti gli attori della serata, impegnati prima a tracciare confini immaginari; poi a ballare tutti insieme sulle note di Time Warp del Rocky Horror Picture Show, in un’illusione di condivisione di qualcosa che non sia l’astio reciproco; e infine a cacciarsi reciprocamente, ognuno nella propria lingua. Chi ha cacciato qualcuno viene subito cacciato da qualcun altro fuori dalla scena, che così pian piano si svuota. Fino a che non ne rimane solo uno, il vincitore di questa sfida confinaria, a gioire della sua vittoria, e poi a disperarsi della sua solitudine. Cosa può trasmette una scena del genere? A cosa vi fa pensare dello stato del mondo e dell’umanità in generale?

 

  • Ragazzi e ragazze trascinano i piedi, mentre portano delle valigie verso i lati della scena; le poggiano a terra, le aprono, tirano fuori pistole ad acqua e gavettoni, che iniziano immediatamente ad usare l’uno contro l’altro. Ma non siamo al mare, questa è una guerra: uno sparo fa cadere tutti a terra, e per un momento sembra che tutto sia finito: una nuova comparsa chiede dove sia il confine, e tutti rispondono a turno “è di là!”, per poi precipitarsi in direzioni diverse, fuori dalla zona illuminata dai riflettori…
  • … al centro della scena un contadino inizia a picconare il terreno; prima con la calma di chi lavora la terra e sa cosa sta facendo, poi sempre con più foga, fino ad aprire una buca, che riempie d’acqua, e in cui poi inizia a saltare, come farebbe un bambino. Ma le risate non sono di gioia: diventano isteriche, lasciando dubitare della sanità mentale del personaggio. Cosa vuole insegnarci questa scena? Che dopo un evento come una guerra nulla, soprattutto la normalità, riesce a salvarsi, ad essere più come prima?

Per farla breve (non posso mica raccontarvi tutto lo spettacolo!), “Via di qua” non è stata una divertente messa in scena, ma uno spettacolo intelligente, per far riflettere sul mondo che ci circonda, sul rapporto con i nostri simili, e sulle assurdità che a volte la vita e la natura umana ci mette davanti. Una grande iniziativa, portata avanti da ragazzi e ragazze appassionati, accomunati nella diversità di provenienze e di storie dalla stessa passione, che hanno messo tutto loro stessi sotto i riflettori e davanti al pubblico.

Se dovessero riproporre lo spettacolo, andate a vederlo. Altrimenti, tenete d’occhio il loro sito per vedere quando ne daranno un altro. Sarà un’esperienza da ricordare.

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“Mi chiamo Bianca e sono nera. Mia madre mi ha chiamato così per provocazione”

Si chiama Bianca Porteous una bella ragazza di 25 anni, italiana ma di origine giamaicana e da qualche anno cameriera. Bianca e il suo sorriso bellissimo sono la risposta di…

Si chiama Bianca Porteous una bella ragazza di 25 anni, italiana ma di origine giamaicana e da qualche anno cameriera. Bianca e il suo sorriso bellissimo sono la risposta di carattere e personalità contro pregiudizi scaturiti spesso dal suo nome e dal suo colore di pelle. Il suo nome però pare non essere stato scelto a caso, ecco perché …

Ti va di raccontarmi brevemente la tua storia?

“Si certo, sono stata adottata quando avevo sei mesi da una donna italiana di origini siciliane cioè mia mamma. Ero ancora parecchio piccola ma ricordo che facevo avanti e indietro tra Italia e Giamaica fino a quando non mi sono stabilita definitivamente qui all’età di 4 anni. Successivamente ho vissuto a Roma per qualche anno e a 10 sono andata a vivere in Spagna con mia mamma. In Spagna ho frequentato la scuola imparando lo spagnolo. A 16 anni però sono dovuta tornare in Italia perché mia mamma si era ammalata di un tumore al fegato e purtroppo nel 2010 è venuta a mancare. Dopo la sua morte ho deciso di rimanere a Perugia con mio fratello e sua moglie. Qui ho terminato gli studi diplomandomi al liceo artistico e ho iniziato ad entrare nel mondo del lavoro”.

Ti sei sentita accolta qui in Italia?

“Fino ai 15-16 anni assolutamente si. Poi man mano che crescevo mi trovavo a fare i conti con persone che trovavano assurdo il fatto che mi chiamassi Bianca e fossi nera oppure che fossi italiana visto che essendo stata adottata lo sono a tutti gli effetti. Io però nonostante tutto mi sono sempre sentita una persona uguale a tutte le altre. Penso che il vero problema non sia il razzismo ma l’ignoranza di alcune persone”.

Ti piace l’Italia?

“Si mi piace, in particolare per la cultura e il cibo anche se penso che questo Paese riservi un’infinità di cose da apprezzare che talvolta sembra facciamo di tutto per non farle emergere”.

Cosa ti manca del tuo Paese? Se ti ricordi qualcosa dal momento che l’hai lasciato che eri ancora piccolissima.

“Infatti mi ricordo poco a dire il vero, ma anche se ero molto piccola non mi dimenticherò mai del mare della Jamaica che è bellissimo. Presto ci tornerò. La cosa che mi manca di più è il fatto che io non conosca niente del Paese in cui sono nata”.

Come reagiscono le persone quando ti presenti?

“Come ti dicevo prima fino all’età di 15-16 anni non ho mai avuto problemi con le mie origini e tanto meno con il mio nome. Poi però mi rendevo conto che quando mi presentavo qualcuno vedendomi nera e sentendo che mi chiamavo Bianca aveva reazioni di diversi tipi: qualcuno mi chiedeva se era uno scherzo, qualcuno stupito non mi lasciava la mano e continuava a stringerla, qualcuno mi chiedeva di mostrargli un documento e qualcun altro mi ha chiesto perché … credo che mia madre mi abbia dato questo nome proprio per questo, voleva suscitare una reazione dimostrando che Bianca è un nome come tutti gli altri e il nome è solo un nome ma è la persona che conta davvero”.

Ti va di raccontarmi un aneddoto per te significativo che ti è capitato da quando sei in Italia?

“Sì durante una nota manifestazione, una società di catering cercava cameriere per un servizio catering. Io avevo inviato la candidatura e oltre al mio curriculum avevo allegato una mia foto perché così era richiesto. Durante il colloquio uno degli addetti alle Risorse Umane mi chiede chi fossi e io ho risposto di essere la per il lavoro da cameriera; questa persona mi dice che non comparivo nell’elenco degli aspiranti camerieri che avevano fatto domanda e decide di chiamare un suo collega per avere chiarimenti riguardo alla vicenda. Mentre era al telefono con lui sento che si comincia a lamentare del perché non comparisse il mio nome nella lista e perché avrebbe voluto essere informato riguardo al fatto che io fossi nera. Ho denunciato pubblicamente la vicenda sui social qualche giorno dopo senza fare nome e cognome”.

Forse dovremmo interrogarci sul perché se ti chiami Bianca e sei nera ancora oggi questo crei perplessità. Quello che ci rappresenta non è il colore della pelle o il nome ma la nostra persona e il nostro modo di essere.

 

(foto in evidenza di Massimo Palmieri)

 

 

 

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“Così sono diventata infermiera in Italia”, una storia di volontà e sacrificio

Concitta, infermiera di professione da 33 anni. Da diciotto vive a Perugia, dove si è trasferita dall’Ecuador e dove ha trovato la sua seconda casa. L’abbiamo incontrata per farci raccontare…

Concitta, infermiera di professione da 33 anni. Da diciotto vive a Perugia, dove si è trasferita dall’Ecuador e dove ha trovato la sua seconda casa. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua vita da umbra.

Concitta, da quanto tempo sei in Italia? Cosa fai a Perugia?
“Sono arrivata nel duemila, direttamente a Perugia.
All’inizio ho fatto un lavoro molto bello e onesto: l’assistenza alle persone anziane. Dopodiché mi sono impegnata per raggiungere il mio obiettivo: convalidare la mia laurea presa nel mio Paese, in Ecuador. Dicevo sempre: diventerò infermiera in Italia.”

È stato difficile?
“Non è stato facile non essendo cittadina dell’Unione Europea: ci sono voluti quattro anni e mezzo.  E’ stata anche un’importante spesa economica per cui ho sacrificato tutte le cose materiali ed ho lottato prima di tutto per mia figlia, la persona più importante per me. Finché finalmente ricevo una chiamata in cui mi dicono che era arrivato l’attestato del Ministero della Sanità. In quel momento mi sono inginocchiata per strada ed ho ringraziato il Signore. Non mi importava della gente che rideva perché sono molto credente, ma soprattutto perché non mi vergogno delle cose belle. Nella vita niente è regalato e l’essere umano deve lottare”.

E finalmente hai realizzato il tuo sogno
“Ho iniziato un percorso lavorativo viaggiando fuori Perugia, con tanti sacrifici perché lasciavo la mia bambina piccola e non la vedevo mai. Ora ho un lavoro meraviglioso a Perugia che svolgo con tanto amore e passione. Ho lavorato in molti ambiti professionali, ora sono in geriatria e sono capoturno. Mi impegno per creare un bel clima e l’atmosfera giusta donando ‘una mulichina’ (come dice il perugino) di affetto alle persone che soffrono”.

Oltre al lavoro, hai altre passioni?
“Da buona latino-americana mi piace tanto la musica e il ballo, la mia arte preferita è la manualità e il disegno. Mi considero una disegnatrice ed ho anche un canale Youtube: Amor Arte y Pasión de Allure. Mi piace realizzare tanti piccoli oggetti e decorazioni per esempio per le feste. Un giorno mi piacerebbe diventare organizzatrice di eventi e vorrei anche studiare per questo. Lo studio non ha età, quando uno ha volontà”.

Ti piace vivere a Perugia?
“All’inizio è stato difficile perché non conoscevo nessuno, ma la società perugina mi ha accolto e la ringrazio. Un’altra difficoltà è stata la lingua. Non ho mai studiato italiano, l’ho imparato stando in mezzo alla gente e anche la televisione mi ha aiutata molto. La mia prima professoressa, però, è stata la mia figlia.  Non la cambierei per niente al mondo. Amo tutto quello che c’è intorno a me, mi trovo e mi sento bene. Ho un bel rapporto con le persone perché uno il rapporto lo crea: nella vita dobbiamo dare per poter ricevere quindi ci dobbiamo comportare bene, seguire le regole e le leggi e ci troveremo bene ovunque. Gli ingredienti fondamentali per stare bene in ogni posto sono il rispetto e l’obbiettivo, perché se uno ha obbiettivi generali e specifici sai sempre dove andare. Mi sento perugina. Perugia mi ha adottata, mia figlia è nata nel mio Paese ma è come se fosse nata a Perugia, parla anche perugino. Anche a me scappa il perugino ogni tanto quando sono con i miei colleghi ormai. Amo Perugia, dopo la mia città originaria è la mia casa”.

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Adil: il cuoco musicista innamorato di Umbria Jazz

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora…

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora un po’ di tempo prima dell’intervista a Radio Cult, tanto vale stare qui e sentire un po’ di musica. Mi sto rilassando un po’ quando si avvicina un uomo, mi si siede accanto.

“Scusa – mi chiede – sai a che ora inizia il concerto?”

Gli rispondo che non lo so, che sono lì per caso. Ma intanto ho avvertito una cadenza particolare nel suo modo di parlare. Lo osservo un attimo, decido di provare a fare un’intervista al volo, à la #humansofumbria insomma. Mi presento, si presenta anche lui: si chiama Adil, ha 43 anni. Gli dico che collaboro con un blog che parla di immigrazione, integrazione e seconde generazioni, e gli chiedo se fosse un problema fare una chiacchierata su questi temi.

“Non me l’aspettavo – mi dice – ma va bene. Guarda che in Marocco vendevo macchine, parlo parecchio”. Nessun problema gli dico, anzi. “Va bene allora” mi risponde.

Inizia a parlare. Pensavo volesse fare qualche domanda sul blog, o sul tipo di domande che gli avrei fatto, come di solito succede. Ci metto qualche secondo a capire che per lui l’intervista era già iniziata, che mi stava raccontando di lui e della sua vita. Inizio a registrare.

“Sono a Perugia dal 2012, ma sono venuto in Italia nel 2010. All’inizio ero in Toscana: non avevo un lavoro fisso, ma bisogna sempre cercare, non mollare mai. Mi sono trasferito qua perché un amico aveva un ristorante e avevo la possibilità di lavorare con lui. In Marocco vendevo automobili in un concessionario, ma qui ho lavorato sempre nelle cucine dei ristoranti. L’importante è integrarsi nel settore in cui lavori, se non sei capace di integrarti in uno staff con poche persone come puoi pensare di integrarti in una società? Devi avere carisma”.

Questa è nuova. Cosa intendi per carisma?

Non ci pensa neanche su, risponde di getto. “Personalità, forza morale, coraggio. Con il carisma puoi fare tutto. Bisogna essere pazienti, avere cultura, saper comunicare con tutti: italiani, marocchini, americani, asiatici…  Bisogna capire come comunicare con la gente, tutto dipende dalla cultura e dalle proprie qualità”.

E l’ambiente in cui vivi, le persone che ti circondano, e magari ti guardano in un modo particolare per come ti comporti, per come parli, per la tua nazionalità? Quanto peso hanno?

“Certo dipende anche dalle situazioni, ma chi ti sta di fronte non sa chi sei tu, non conosce la tua vita, la tua storia, le tue esperienze. Devi comunicare tutto questo. Ognuno vive in società diverse, con mentalità e culture diverse: se si è ignoranti, senza cultura, educazione, o capacità intellettuali non puoi integrarti. Anche lo studio è importante: cercare di migliorarsi, e di non fare sempre gli stessi sbagli.” Si mette a ridere. “Non solo studiare materie: geografia, storia, o altro. Devi conoscere le lingue. Per esempio io parlo il francese come seconda lingua, un po’ di inglese perché l’ho studiato…”

Beh, anche l’italiano.

“Guarda, non sono ancora molto soddisfatto di come parlo l’italiano, cerco sempre di perfezionarlo. Questa è vera integrazione, sapere come esprimere al meglio i propri bisogni e i propri pensieri.”

Il volume, fino a quel momento abbastanza basso da fare da sottofondo alla nostra chiacchierata, aumenta di colpo. Stare così vicino alle casse non aiuta. Avvicino il microfono, inizio ad avere difficoltà a sentire le parole di Adil che intanto, forse influenzato dalle note, mi parla del suo rapporto con la musica.

“Sono pazzo per la musica, ho un’ora di pausa dal lavoro al ristorante e quando c’è Umbria Jazz vengo qui ai Giardini Carducci, meglio che stare un’ora a casa. Per fortuna Perugia ha Umbria jazz, altrimenti forse me ne sarei già andato. Anche io suono, il pianoforte. Da bambino vivevo in una casa in cui si sentiva sempre musica, i miei cugini suonavano in un gruppo, mio padre aveva vari dischi. Ricordo che la mia prima cassetta era di Bob Dylan, mi piaceva Ray Charles. Quando ero piccolo suonavo, e ho ricominciato poco tempo fa, dopo venti anni. Ora appena posso esprimo i miei pensieri e i miei sentimenti attraverso la musica. Non ho mai studiato musica, improvviso. Ho fatto anche alcuni brani, ma per ora li tengo per me. Non tutti approfittano del momento, io ringrazio per i momenti che vivo. Quando sono al pianoforte vivo dei momenti che sono solo miei, che nessuno può togliermi.”

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