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Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Settimana 3 e 4. Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso. No,…

Settimana 3 e 4.

Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso.

No, in realtà non avevo tempo di farne due quindi ho compresso due settimane di vicende in questo unico articolo (che poi non è che abbia sempre così tanto da raccontare, eh!).

Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Il castello che potete vedere nella foto di copertina di questo articolo (ringrazio per lo scatto la mia collega moonlight_bae) è il castello di Trakai, cittadina lituana nota tra i paesi del mar Baltico per questa sua fortezza in riva al lago. Lago che, in questo periodo dell’anno, è completamente ghiacciato. Ghiacciato come gran parte degli altri laghi del Paese: ora so che possa non sembrare così esaltante, ma in Italia i laghi non sono così tanti e non si congelano e per me trovarmi a vivere in un luogo così diverso da quello in cui sono nata e cresciuta è una vera fortuna.

Come dico nel titolo dell’articolo le ultime due settimane le ho dedicate alla scoperta dei paesaggi tipici della Lituania: da una riserva naturale nel Sud del Paese (o meglio da una riserva naturale che era il Sud del Paese) fino a un asilo in cui noi erasmus siamo stati invitati per una festività in cui i bambini scacciano l’inverno, danno il benvenuto alla primavera e mangiano i pancakes (e quassù hanno tutte le sante ragioni per festeggiare la fine dell’inverno) ricevuti dopo una sorta di dolcetto o scherzetto per le case del loro quartiere.

Insomma, in queste due settimane ho avuto sia modo di ammirare i panorami selvaggi della Lituania sia di avvicinarmi un po’ alle loro festività più antiche.

Surviving the climate

Mi sto abituando, che significa che quando mi sveglio non sposto immediatamente gli occhi verso la finestra per vedere se c’è il sole oppure no. Tuttavia ricordo ancora alla perfezione l’ultima, la penultima e approssimativamente la terzultima volta in cui sono riuscita a vedere il sole.

Surviving the language

Nemmeno i lunghissimi nomi pieni di K, di as e di una serie di lettere che non abbiamo nell’alfabeto mi impressionano più ormai, anzi sto addirittura riuscendo a memorizzare le prime parole. Chissà che per la fine del mio Erasmus non riesca ad intavolare un completo “Ciao, come stai?” “Bene, grazie. E tu?” “Anche io bene.”.

Surviving the kitchen

Surviving their kitchen

La cucina lituana continua a non essere niente male, tuttavia dopo tre giorni in cui ho mangiato sempre fuori ho iniziato ad avvertire le differenze tra la loro burrosa e decisa alimentazione e il nostro modo di mangiare, in cui le portate sono più leggere probabilmente per far spazio ad altro cibo.

Menzione speciale alle fette di pane e grasso di maiale che hanno servito dopo i pancakes a noi e ai bambini all’asilo in cui siamo stati: purtroppo non ho avuto modo di accertare che ai bambini lituani venga servito grasso di maiale di frequente, ma il solo fatto che le maestre concepiscano l’idea di servirglielo prima di pranzo mi fa domandare quale sia il tipo di metallo con cui rivestono i loro intestini al momento della nascita.

Surviving my kitchen

Cucinare tutti i giorni sta iniziando a non essere una novità, ma ci sono stati comunque momenti in cui avrei desiderato che qualcuno cucinasse al mio posto, magari qualcuno che mi vedesse cucinare male e dicesse “Lascia perdere, faccio io che so cucinare meglio”. Solo che per gli standard locali, dove i locali sono gli studenti ovunque-meno-che-lituani che vivono nel mio collegio, che non di rado si nutrono di zuppette istantanee, non sono poi una cuoca così pessima.

Ergo nessuno cucinerà mai per me, la tragedia più grande di tutto il mio Erasmus!

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Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Settimana 2 Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano,…

Settimana 2

Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano, con aggiunta di spot in cui definiscono Vilnius il punto G dell’Europa (perché nessuno sa dove sia esattamente ma quando lo trovi è fantastico).

Questa rubrica nasce perché l’Erasmus è una bellissima esperienza, specialmente se fatta in un posto di cui nessuno sa nulla e chi ne sa qualcosa parla di freddo e buio che fanno patire gli sprovveduti che vi si recano.

È per smentire (o confermare?) queste voci che ogni mio articolo di questa rubrica si divide in tre sezioni: Surviving the Language, Survivng the Climate e Surviving the Kitchen più una sezione inedita ogni settimana in base a quel che più mi ha colpito.

Enjoy!

Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Tralasciando la fatica immane che ho fatto per scriverlo la VDU, l’università che frequento in Lituania, è spettacolare.

Dall’imponente ingresso alle aule modernissime (con tanto di aula studio con pareti in vetro) tutto sembra super organizzato.

Portinai e addetti agli uffici sono giovani e professionali (a differenza dei segretari che affollano i nostri uffici universitari e che non posso insultare a dovere in questa sede) e i programmi delle mie lezioni, regolarmente caricati sul sito, promettono meraviglie, tra cui insegnamenti su come fare  reportage partendo da come si impugna la telecamera all’intervista a persone fisiche per la strada.

Tuttavia non voglio cantare vittoria troppo presto e illudermi che ciò che dice il sito e che i professori promettono corrisponda completamente reale: credo che andando avanti con gli articoli scopriremo assieme se la VDU è perfetta come sembra o se sto solo venendo sedotta e illusa.

Ultima menzione speciale, oltre che probabilmente unica ragione per cui avete continuato a leggere fin qui, va al professore di Creative Writing, presentatosi a lezione con orecchini e cravatta viola degli Avengers. Non riesco a smettere di chiedermi che fama potrebbe avere tra studenti e colleghi questo professore se vivesse in Italia.

Surviving the Kitchen

Come avevo pronosticato la scorsa settimana questa rubrica ha bisogno anche di una voce Surviving my Kitchen: essendomi cucinata quasi sempre da sola, infatti, questa settimana della cucina lituana ho capito solo che non disdegnano l’uso della carne nei piatti e che hanno salumi decisamente più forti dei nostri.

Del mio modo di cucinare, invece, ho capito che se metto semi di girasole in ogni piatto posso sfamarmi prima e cucinare meno portate (e mi rendo quasi conto di quanto ciò sia triste mentre ne scrivo).

Surviving the Language

Come per la sezione Surviving the Kitchen ci vorrebbe una doppia ripartizione: una per la lingua inglese e una per quella lituana.

Questo perché nelle mie conversazioni in inglese risalta subito un marcato accento italiano, cagione di curiosità e ilarità da parte di chi ascolta e commenti che si sprecano, tra chi chiede il significato di alcune parole e gesti italiani fino a chi dice che, emotivamente, l’ascoltare italiani che parlano inglese è un po’ come guardare i video dei gattini; stessa sensazione a metà tra l’intenerito e il divertito (ed essendo contraria ai video dei gattini mi sono un po’ offesa).

Sul versante dell’idioma lituano, invece, sono finalmente riuscita a memorizzare il nome della strada in cui abito e quello della mia università. Ah, e ho scoperto che Kepyklele non è il nome del mio locale preferito né una catena con una decina di sedi solamente in centro: vuol dire semplicemente panetteria.

Surviving the Climate

Delle tre è stata la prova di sopravvivenza più ardua che ho dovuto affrontare questa settimana.

Dopo aver vissuto sotto un cielo completamente grigio per giorni e giorni il semplice e scontato atto del rivedere il sole mi ha fatto provare emozioni che mi ero scordata si potessero provare.

Sorridevo, sorridevo senza motivo, sorridevo alle mie coinquiline e loro sorridevano senza motivo a me.

In più l’arrivo del sole ha coinciso con la giornata dell’indipendenza della Lituania, ragione in più per cui le strade sono state piene di gente (o scusa per uscire a prendere un po’ di sole).

Forse anche alla giornata assolata che c’è stata ieri devo la motivazione e l’energia che mi spingono ad arrivare a fine articolo oggi e spero che basterà per scrivere anche quello della prossima settimana.

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Surviving Kaunas: la guida per l’erasmus che non ha scelto la Spagna

Settimana 1 Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce…

Settimana 1

Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce che mi è sembrato di intravedere sia un miraggio o del vero sole.

Ovviamente è un miraggio, tuttavia decido di prenderlo come segno di una bella giornata.

Perché qui a Kaunas, principale polo universitario della Lituania, il sole si presenta a piccole dosi e quando c’è (quel poco che c’è) non bisogna mai darlo per scontato.

Arrivati a questo punto saranno in molti a chiedersi “ma se volevi vedere il sole perché non sei andata in erasmus in Spagna come fanno tutti invece di fare una rubrica in cui ti lamenti?”.

So che in questo momento tanti studenti erasmus staranno decidendo in quale locale di Barcellona passare la sera mentre altri si staranno godendo il caldo a Siviglia ma a me piace la lotta per la sopravvivenza e me ne assumo tutte le responsabilità. Soltanto che ogni tanto evaderò da queste responsabilità narrando le mie peripezie, suddivise in problemi con la lingua, la cucina ed il clima, in questa rubrica: gli amici che non ammorberò con i miei racconti e coloro che avranno bisogno di sopravvivere al selvaggio Nord Europa mi ringrazieranno.

Wild New World

La prima impressione che ho avuto appena salita sull’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portata nella zona centrale di Kaunas è stata quella di essere in un pullman per prigionieri in una qualche società distopica. Buio, caseggiati sovietici di cemento, autista scortese ma soprattutto un mucchio di parole che non capivo.

Nei miei (pochi) viaggi non mi ero ancora trovata in un contesto in cui non afferravo una sola parola, né sentivo termini che non ero in grado di memorizzare perché troppo diversi dai miei.

In breve ho avuto la netta sensazione di essere all’interno di una bolla che dovevo far scoppiare per riuscire a raggiungere il mio dormitorio senza perdermi nel cuore della notte.

Inutile dire che mi sono persa. Con tre bagagli, che complessivamente pesavano una quarantina di chili, in mezzo alla neve che cadeva e senza un’anima viva per le strade.

In compenso ero riuscita a notare che se nell’autobus ero in un mondo distopico uscita da esso ero all’interno di un qualche libro di fiabe russe che avevo letto da bambina. Solo che nel libro di fiabe dopo un po’ comparivano il calesse dorato, il principe azzurro delle nevi o entrambi.

Narro questo mio primo impatto con Kaunas (se ve lo stavate chiedendo ne sono uscita viva) per spiegare come mai nel titolo la definisco Wild New World. Forse non è esattamente selvaggio ma per me rimane un luogo che faccio fatica a capire, sia per la lingua sia perché mi sembra una città piena di facce diverse: quella post-sovietica degli anziani che sembrano essere memori di tempi diversi, quella in piena espansione degli edifici in ricostruzione e quella antica, quasi favolistica, che emerge dalla Old Town, l’unico luogo che sembra essere rimasto inattaccato dai vari accadimenti che hanno scosso il Paese negli anni.

Surviving the Language

L’ho già detto: completamente diversa da tutto quel che somiglia alle lingue che conosco. Spesso mi ritrovo a dover sbirciare dentro i vari esercizi commerciali per capire cosa sono e a perdermi lungo la strada perché non ricordo i complessi nomi delle vie.

Fortunatamente qui quasi tutti gli under 40 parlano inglese, anche se non sono mancate situazioni in cui ho dovuto imbastire conversazioni con anziani che mi si rivolgevano in russo (specie all’ingresso di un pub in cui sono praticamente inciampata dentro, ma questa è un’altra storia).

Surviving the Kitchen

Per adesso la mancanza della buona cucina italiana non si è fatta sentire troppo, perché il cibo qui è buono e super economico.

Il vero problema è che non ho più la mensa universitaria a mantenermi e questa rubrica più che chiamarla Surviving the Kitchen dovrei chiamarla Surviving my Kitchen.

Tuttavia qui è pieno di ristoranti economici che mi impediscono di cucinare troppo spesso e infangare la fama dell’Italia all’estero, ma, aspiranti visitatori della Lituania e curiosi, inizierò ad elencarveli nelle prossime settimane.

Surviving the Climate

Se siete meteoropatici non trasferitevi qui o non fatelo a febbraio: in una settimana ho visto un cielo azzurro una giornata sola e mi ero dimenticata potesse assumere un colore così vivo.

La gente del posto garantisce che il cielo tornerà  a donare un regime luce/buio normale verso aprile, ma fino ad allora credo che avrò incrementato la capacità di captare luce dei miei occhi e non ci farò più caso.

Direi che se mi dilungo a raccontare altri inconvenienti tragicomici l’articolo non finirebbe più e siccome non ho tempo di scrivere perché devo farmi una vita chiudo la narrazione delle mie peripezie qua.

Spero che le mie vicende in terra baltica vi divertano e, se così fosse (ma anche se così non fosse, non mi legge nessuno comunque), continuerò a scriverne.

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Accoglienza e umanità: come Riace mi ha rapito il cuore

Il modello Riace ha rappresentato un modello di accoglienza funzionante e sicuramente unico nel suo genere in Italia. Ne parliamo con Jasmina, una giovane “seconda generazione” che ha deciso di…

Il modello Riace ha rappresentato un modello di accoglienza funzionante e sicuramente unico nel suo genere in Italia. Ne parliamo con Jasmina, una giovane “seconda generazione” che ha deciso di viverlo sul posto, studiarlo e ora… raccontarcelo.

 

Come hai scoperto il modello Riace e perché te ne sei interessata?

“L’ho scoperto tre anni fa parlando con un mio amico di immigrazione. Mi ha parlato di questa situazione di Riace e mi sono incuriosita. All’epoca il materiale per informarsi era poco, ma l’argomento mi appassionava e sono andata avanti, fino a sceglierlo come argomento di tesi per la mia laurea triennale.

L’idea che ci fosse un paese di 2000 anime (anzi, molte di meno) che abbia accolto e fatto un’esperienza del genere è sorprendente”.

Parlaci un po’ della tua esperienza

“Sono stata giù due volte. A febbraio 2018 è stato un po’ più difficile perché c’era meno gente e il primo impatto con i calabresi è stato tosto. Poi ho capito che in realtà sono persone che quando ti conoscono ti danno tutto. E da qui ho cominciato a vivere secondo il loro stile: con ritmi solari, più compassati, senza preoccuparsi troppo se il pullman passa in ritardo o no. A quel punto osservavo molto durante la giornata e parlavo tanto con la gente, con chiunque”.

In sintesi, cosa aveva di particolare rispetto al sistema “standard”? In cosa consisteva il quid che lo rendeva diverso da altri?

“Ho paragonato Riace con altri modelli di accoglienza europei (ad esempio, le banlieu parigine) come argomento della mia tesi triennale. Riace è un modello che parte dal basso, con un’accoglienza spontanea partita dalla gente che voleva andare incontro a persone in situazione di disagio. Non è partito da un progetto calato dall’alto, dalla politica, è forse questo è stato il suo successo”.

È vero che il modello Riace era molto conosciuto anche fuori dall’Italia?

“Due anni fa il modello Riace era molto più conosciuto all’estero che in Italia, tanto che il sindaco Domenico Lucano venne inserito dalla rivista Fortune tra le 50 personalità più influenti al mondo. A Riace sono arrivati Ada Colau, sindaco di Barcellona, e il municipio di Parigi a sostenere questo modello. Sono giunti persino dei cinesi a studiarlo. In Francia addirittura esiste una radio che ha una rubrica settimanale in cui 30 minuti a settimana parlano di Riace come modello funzionante di integrazione”.

 

Come si sosteneva il modello Riace?

“I fondi per portare avanti il tutto arrivavano da progetti europei, gestiti poi dalla prefettura. Negli ultimi tempi, verso luglio, c’era più difficoltà per questi fondi erano bloccati e molti esercenti erano in difficoltà. La cosa particolare era che nei paesi vicini a Riace i fondi per attività simili erano arrivati, e questo lasciava pensare perciò a un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al progetto stesso”.

E sul piano concreto come si è sviluppato questo modello?

“A Riace ci sono diversi SPRAR (Sistema protezione per richiedenti asilo e rifugiati), uno dei quali per minori non accompagnati, assistiti da mediatori culturali, operatori e altre figure professionali dedicate. C’erano molte case abbandonate, causa del trasferimento dei suoi abitanti storici verso il Nord. Lucano ha chiamato uno ad uno i vecchi proprietari, convincendoli a riaffittare queste case anche a canoni bassi, che vengono pagati dall’Associazione Città Futura che gestisce tutto il progetto che conosciamo. Sono case molto vecchie, semplici, non lussuose, ma ora sono tutte abitati e permette ai migranti di vivere con una dignità che non possono avere nei centri di accoglienza. Gli stessi soldi per la sussistenza vengono affidati direttamente ai migranti, che così possono fare la loro spesa e non essere dipendenti da altri. E queste semplici accortezza danno autonomia, permettono ai migranti di conoscere la gente che va a fare spesa e gli stessi esercenti, così come il contadino che porta i prodotti agricoli con il suo carretto su in paese. In questo modo si può fare vera integrazione”.

Quale era l’opinione su questo modello degli abitanti del posto?

“Parlando con i Riacesi storici, l’arrivo di migranti non ha scombussolato nulla nella loro comunità, è stato semplicemente un arricchimento. Infatti, considerando che Riace aveva un futuro di desolazione, con gli immigrati si è sicuramente arricchita. La moneta locale creata per favorire l’economia degli esercenti locali ha contribuito a far rifiorire o continuare le loro attività, soprattutto a Riace Alta (nella parte bassa c’è più la grande distribuzione). Un esempio è la riapertura del bar della piazza centrale di Riace Alta da parte di un ragazzo locale, erede della famiglia che aveva il bar anni fa, che è tornato a Riace anche su proposta di Lucano, ed ora il bar vive come una volta”.

Come definiresti il rapporto tra locali e stranieri?

“Non c’è mai stato uno scontro, anzi litigano molto più tra i Riacesi che con gli immigrati. Ci sono sempre oppositori, ma sono la minoranza. I bambini vanno a giocare sulla terrazza degli anziani. Ci sono tanti bambini, fanno confusione e animano il paese. I piccoli nati qua da donne migranti hanno quasi tutti nomi italiani, alcuni addirittura parlano il dialetto locale. I bambini sono accomunati dal gioco, la differenza del colore della pelle non esiste, sono come fratelli”.

Vuoi parlarci di un momento, un episodio legato alla tua esperienza a Riace?

“Lì è tutto un episodio. Per dire, il sindaco conosce tutti i bambini e loro sono affezionatissimi a lui. Gira in t-shirt, gioca con i bambini, ci parla, li sgrida. È un po’ come un padre, e molti di questi bambini sono arrivati qua solo con le madri, per cui cercano in lui quella figura paterna che ora gli manca”.

Hai vissuto qualche situazione in cui si è più manifestata la bontà del modello Riace?

“Ti faccio un esempio. Una storica “vecchietta” di Riace, vedova, è contentissima di tutto questo, perché vede molti bambini ed ha gente che le fa sempre compagnia. Addirittura molte ragazze straniere vanno da lei, cucinano e mangiano insieme. Ci sono anche molte persone un po’ scorbutiche, ma i mugugni rimangono per conto loro. Al Sud l’ospitalità è sacra, e Riace lo ha testimoniato in pieno. Un giorno ho visto poi una scena che mi ha commosso: un abbraccio tra un piccolo bambino nero e un bambino riacese più grande e alto. Una scena tanto spontanea quanto strana nei nostri contesti”.

Quali sono le storie dei migranti di Riace?

“I migranti arrivavano soprattutto dall’Africa subsahariana, attraverso un viaggio lungo, tormentato e molto costoso (circa 1700-2000€, che sono tanti per noi, figurarsi per loro). Mi impressionò il racconto di una donna, che attraversò il deserto con il figlio di 3 anni e lì decise che sarebbe morta. Il figlio l’ha spinta ad andare avanti e nonostante altre peripezie (gommone scoppiato, figlio con un braccio rotto e pesantemente infettato), ora vivono tranquillamente a Riace. Un’altra ragazza che ho intervistato è stata separata dal marito in Libia, quando lei era incinta. È venuta a sapere poco dopo che il marito era diventato schiavo. Lei è arrivata in Italia, sono due anni che non lo sente e non sa più nulla di lui. Lei soffre molto anche sono nel raccontare queste cose. Ed io soffrivo con loro nel sentirle”.

C’è qualcosa che vorresti cambiare o evitare che accada a Riace?

“Mi darebbe fastidio che qualcuno da turista, andasse a Riace per vedere i migranti. Per farvi capire, a febbraio visitai la scuola di Riace, ora chiusa perché non si riesce a trovare il numero minimo di ragazzi per le aule. La situazione è molto diversa e meno formale, perché all’interno ci sono anche persone di 20 o 30 anni, a cui a volte è difficile dire cosa fare. Quando, con un’altra ragazza, ci fecero entrare in classe per farci vedere come funzionava il tutto mi ricordo che una ragazza ci vide e abbassò lo sguardo, vergognandosi tantissimo. Lei probabilmente si è sentita come un’attrazione, ed io mi sono sentita male per lei, uscendo immediatamente dalla classe. E sinceramente, se a me qualcuno mi fosse venuto a vedere a scuola come se fossimo allo zoo, mi avrebbe dato tanto fastidio, per cui ho capito appieno la sua reazione”.

Quanto ha influito sul modello Riace la figura di Domenico Lucano?

“Sicuramente molto. Mimmo (così lo chiama Jasmina, ndr) è una persona spontanea, e lo si nota tranquillamente dalle interviste che gli sono sempre state fatte. È uno spirito libero, a tratti anarchico, ma agisce sempre pensando, e facendo quanto in suo potere per portare avanti le sue attività, a volte scontrandosi anche con la lenta burocrazia italiana. È una persona molto colta, che ha vissuto anche fuori dalla Calabria e che ha voluto riportare qui certi valori come l’accoglienza, la solidarietà, la lotta alla criminalità (le stesse vie del paese sono in gran parte dedicate a vittime di mafia e ‘ndrangheta). Da queste idee rese concrete nasce, anzi rinasce, Riace”.

Quindi pensi che ora tutto questo possa finire?

“Gli immigrati hanno portato vitalità. Riace era abbastanza desolato, vittima di uno spopolamento dovuto ai trasferimenti di ragazzi verso il Nord per studiare. Alcuni sono rientrati, come Mimmo Lucano, portando idee nuove per rivitalizzare il paese. Quello che Mimmo ha fatto sarà sicuramente irripetibile, ma c’è la speranza che abbia creato una scuola di pensiero che possa far sopravvivere il modello. Il timore che tutto possa finire è anche la grande paura dello stesso Lucano”.

Pensi che il modello possa essere più o meno facilmente replicabile da altre parti?

“La differenza la fanno le persone. Un modello come questo ha bisogno di tempo e di gente che lo sposi. Non serve necessariamente una cultura, basta l’umanità applicata alla vita reale e un’apertura mentale più sviluppata. È incredibile, pensando agli stereotipi italiani, che argomenti come l’integrazione e l’inclusione si trattino quotidianamente con grande facilità in un paesino dell’entroterra calabrese e non in città più grandi come Milano, Roma, ma anche Perugia”.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza a Riace?

“Mi ha lasciato tanto amore, speranza e insofferenza nel posto in cui vivo, perché possa essere migliore di come è ora. Ma anche la speranza che Perugia ed altre città possano diventare come la Riace che ho visto e che mi ha impresso queste sensazioni per il resto della mia vita”.

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Matrimonio, cinque differenze tra Italia e Albania

Cosa c’è di più universale dell’amore? In ogni parte del mondo le persone si innamorano e promettono di rimanere insieme tutta la vita seguendo cerimoniali più o meno differenti tra…

Cosa c’è di più universale dell’amore? In ogni parte del mondo le persone si innamorano e promettono di rimanere insieme tutta la vita seguendo cerimoniali più o meno differenti tra loro.

Alcuni di questi riti nuziali non prevedono l’abito bianco, in altri sparisce la celebrazione in chiesa, in altri ancora si festeggia per giorni e addirittura in alcune tribù si strappano i capelli della sposa prima delle nozze per avvertirla dei dolori che proverà nel corso della sua vita matrimoniale (andiamo bene!).

In alcuni matrimoni sparisce perfino il momento del fatidico sì. Uno di questi casi è l’Albania, in cui, almeno nei matrimoni che non prevedono cerimonie religiose, ci si sposa in Comune anche mesi prima della vera festa nuziale. O meglio delle feste nuziali! Sì, proprio feste, perché un matrimonio tradizionale dura dai due ai quattro giorni!

Vi starete domandando cosa accade durante queste giornate, ma siccome sono balorda e voglio farvi entrare più spesso nel sito rimanderò i vostri dubbi al prossimo articolo per creare hype, quindi oggi elencherò le cinque differenze principali tra un matrimonio italiano e uno albanese.

Buona lettura!

  1. Il cibo Metto questa voce in cima alla lista sapendo che, moralismi a parte, è la prima cosa che viene in mente a chi è avvezzo ai matrimoni all’italiana.Gli italiani che mi stanno leggendo si chiederanno se con –minimo- due giorni di festa per ogni matrimonio non si stermini la fauna locale per fare da mangiare a tutti gli invitati.Dovete sapere che una delle cose che differenziano il matrimonio albanese da quello italiano è che il cibo non è un elemento preponderante: si mangia, e pure parecchio, ma non ci sono né buffet chilometrici né camerieri che ti mettono davanti un altro piatto non appena ti distrai.
  1. La cerimonia A meno che non si tratti di un matrimonio con rito religioso, matrimonio e divinità sono due cose lontanissime (e vorrei vedere dopo due notti in bianco passate a ballare e a fare su e giù con la macchina dalla casa dello sposo a quella della sposa). La domenica è il giorno in cui si fissa il matrimonio, o meglio l’ultimo giorno di festa, o meglio ancora la festa dello sposo. Il sabato si svolge la festa della sposa, con i suoi invitati, lo sposo e i krushket. Chi? Ne parlerò più nel dettaglio nel prossimo articolo!
  1. In realtà si è già sposati Si festeggia la nascita di una coppia per almeno due giorni ma in realtà le varie carte che suggellano il matrimonio sono state depositate in Comune da almeno un mese. Continuando a leggere i miei articoli scoprirete che la mentalità albanese è decisamente pragmatica e finire di stressarsi per preparare la parte burocratica delle nozze per poi stressarsi per occuparsi di organizzare la festa (che, posso assicurarlo, è estremamente impegnativo) ne è una prova.
  1. L’organizzazione Poche storie: durante le giornate di matrimonio si festeggia e al centro della cerimonia ci sono gli sposi. Per questa ragione servizio fotografico e/o teaser del matrimonio (a chi strabuzza gli occhi sì, esiste, ed esiste anche in Italia) vengono fatti giorni in anticipo rispetto alla festa, con la sposa che ha già noleggiato l’abito, quando non gli abiti. Già, noleggiato: comprare il vestito in Albania per poi rimirarlo/guardarlo mentre si ingiallisce nell’armadio non è un’abitudine diffusa (benedetta pragmaticità).Quindi, niente fotografi che rubano gli sposi anche ore per lo shooting (o sposi che rubano il fotografo, devo decidere) interrompendo la festa, né documenti nuziali che sono già stati depositati tempo prima. Insomma si sta senza pensieri…
  1. …se non fosse per i mille rituali da seguire durante la festa! Andare a prendere la sposa dalla sua casa, offrire i llokume, fare vari balli e suonare il clacson a tutto spiano lungo la strada. Nonostante la globalizzazione, in Albania si seguono ancora gran parte delle tradizioni che caratterizzano il tipico matrimonio albanese (se si esclude forse un vecchio gioco alcolico che merita un articolo a parte). Siete curiosi di conoscerle tutte? Allora vi do appuntamento al prossimo articolo!
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Aspetta, ma tu sei musulmana? La religione (e l’assenza di essa) in Albania

A volte, quando si discute di religione in gruppo o quando rifiuto qualche pizzetta al salame e formaggio agli aperitivi, i miei interlocutori mi chiedono “aspetta, ma tu sei musulmana?!?”…

A volte, quando si discute di religione in gruppo o quando rifiuto qualche pizzetta al salame e formaggio agli aperitivi, i miei interlocutori mi chiedono “aspetta, ma tu sei musulmana?!?” con l’espressione un po’ stupita di chi non riesce ad associare l’Islam alla ragazza pallida con i capelli chiari che hanno davanti.

Per rispondere ho due opzioni che utilizzo in base all’interesse di chi mi ascolta:

a) Opzione breve: Non sono musulmana, non mangio la pizzetta, non mi piace il formaggio.

b) Spiegone: Non sono musulmana, il fatto che sia albanese si collega poco con la religione. In Albania la religiosità delle persone è molto più variegata rispetto che in Italia. Non è detto che un albanese sia musulmano né che, anche se si dice tale, segua le norme dell’Islam che tutti conosciamo (bla bla bla…).

Per chi tra voi si considera uno dei miei interlocutori interessati a cos’ha di strano la religiosità in Albania rispetto alla religiosità in Italia (ma diciamo anche rispetto al resto del mondo) ecco qua il mio spiegone scritto nel dettaglio. Enjoy!

Dati statistici sulla religione in Albania

Attualmente non esiste un censimento ufficiale fornito dallo Stato albanese e i dati che ho trovato su internet non mi convincono quindi ecco i miei grossolani dati personali:

In Albania è presente una maggioranza di musulmani, seguiti da una forte minoranza ortodossa e dai cattolici. Secondo alcune indagini della CIA molte persone si dicono atee, addirittura quasi la maggioranza del Paese. Tutti questi credo religiosi (ateismo compreso) sono perfettamente integrati tra loro e venendo in Albania noterete sicuramente la presenza di chiese e moschee a pochissima distanza l’una dall’altra. In più occasioni, durante i miei soggiorni nel Paese delle Aquile, ho sentito suonare assieme le campane e i richiami del Muezzin.

I religiosi praticanti sono presenti soprattutto tra gli ortodossi ma non sono molti, specie se confrontati con il numero dei credenti praticanti di molti altri paesi.

Come credono gli albanesi

Nella mia personalissima esperienza non ho mai incontrato un albanese musulmano che fosse il tipo di credente islamico che tutti noi conosciamo: niente ramadan, niente cinque preghiere al giorno e guai a togliere il maiale dall’alimentazione! Ho notato che spesso dire ‘sono musulmano’ in Albania è quasi un’altra maniera di dire ‘vengo da una famiglia albanese che è stata musulmana’ e, chi tra loro crede in un potere spirituale superiore, normalmente non lo chiama né Allah né Dio.

Gli ortodossi sono già dei credenti più fervidi, chi più chi meno, ma anche loro hanno meno riti e “formalità” religiose rispetto agli ortodossi di altri paesi.

Discriminazioni

In Albania non ho mai visto né sentito nessuno discriminare gli altri per il loro credo religioso. Semplicemente non importa. Sposarsi tra ortodossi e musulmani è più che normale e non è un fenomeno che accade di rado: ci si sposa in Comune, si festeggia secondo le tradizioni albanesi (oppure inizia a prendere piede anche la tendenza del mega-pranzo all’italiana) e il problema non si pone.

Sicuramente influiscono gli anni di regime comunista trascorsi dal Paese che hanno proibito ogni forma di religione e che hanno “diluito” la fede di molte persone, ma resta il fatto che il modo di praticare la propria fede in Albania è molto rilassato e libero da ogni forma di preconcetto.

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Being a Second Generation be like: la rubrica che da voce alle seconde generazioni e alle loro peripezie

Se qualche anno fa si sentiva parlare solo sporadicamente di seconde generazioni ora questa definizione, se non è usata spesso, è comunque abbastanza presente nel nostro linguaggio quotidiano. “Being a…

Se qualche anno fa si sentiva parlare solo sporadicamente di seconde generazioni ora questa definizione, se non è usata spesso, è comunque abbastanza presente nel nostro linguaggio quotidiano. “Being a Second Generation be like” nasce per creare uno spazio che narri le avventure di noi seconde generazioni alle prese con il contesto urbano in cui viviamo.

Ma chi sono le seconde generazioni?

Le seconde generazioni sono persone che hanno vissuto gli anni della loro formazione in una Nazione diversa da quella di origine o dal paese dei loro genitori; non stranieri nati in Italia, né bambini adottati da italiani ma tutta gente che ha vissuto gli anni della propria crescita immersa in due culture diverse. Sostanzialmente delle creature ibride (passatemi il termine, mi faceva ridere) che sanno di due culture abbastanza da definirle le loro ma non abbastanza da definirle le loro.

Eh?

Un po’ come tenere un piede in due scarpe ed avere l’altro piede scalzo.

Eh??

Cerco di essere più chiara. Essere una seconda generazione è venire da due paesi e non venire da nessun paese allo stesso tempo. I nostri genitori ci educano alla cultura di un paese in cui non viviamo e fuori casa siamo immersi in una cultura di cui non facciamo completamente parte perché, ad esempio, la tradizione del pranzo domenicale di famiglia non ce l’abbiamo; è una tradizione che conosciamo bene perché da piccoli i nostri amici erano irreperibili la domenica dopo mezzogiorno ma che non abbiamo mai vissuto del tutto perché nelle tradizioni della nostra famiglia la domenica non è un gran giorno e perché i parenti li abbiamo in un altro paese.

Al contempo però abbiamo la possibilità di vivere due culture sulla nostra pelle e di conoscerle entrambe a fondo, di parlare fluentemente la lingua di un paese e sentirci parte delle tradizioni di un altro mentre conserviamo uno sguardo obiettivo su entrambe le Nazioni che fanno parte di noi.

La sfida

“Being a Second Generation be like” vuole raccontare tutte le peripezie in cui una giovane seconda generazione si imbatte e dare voce a chi affronta le piccole e grandi sfide della quotidianità con in testa “due enciclopedie invece che una” e negli occhi lo sguardo critico, un po’ incuriosito un po’ disincantato, di chi può vedere entrambe le facce di una medaglia.

Vorrei che le seconde generazioni che leggono “Being a Second Generation be like” ridano perché si sentono rispecchiate in questa rubrica mentre chi tra i lettori non è una seconda generazione capisca com’è essere sempre psicologicamente pronti a ripetere il proprio nome almeno due volte dopo essersi presentato a qualcuno e conosca le piccole differenze nel nostro modo di vedere e vivere le cose.

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Ero una bimba straniera. Oggi insegno a non temere la diversità

L’educazione verso la tolleranza, il rispetto e l’accettazione del (apparentemente) diverso parte necessariamente dalla scuola. Proprio la scuola rappresenta il mondo di Elvira, da alunna e studentessa a insegnante. La particolarità? Anche…

L’educazione verso la tolleranza, il rispetto e l’accettazione del (apparentemente) diverso parte necessariamente dalla scuola. Proprio la scuola rappresenta il mondo di Elvira, da alunna e studentessa a insegnante. La particolarità? Anche lei, a suo tempo, era una nuova umbra.

Ciao Elvira, presentati in due parole

“Ho 29 anni e sono un’insegnate della scuola primaria. Mi sono laureata nel 2015 in Lettere Moderne e sto nella fase conclusiva della mia seconda laurea in Scienze della Formazione Primaria”.

Sei italiana, di origine kossovara, con genitori stranieri. Come è stata la tua infanzia dal punto di vista dell’integrazione?

“Dal punto di vista dell’integrazione la mia infanzia non è stata semplice, un po’ perché ancora la scuola non era pronta e così attenta a questo tema e in parte per il mio carattere, essendo molto timida e introversa. La lingua non mi era d’ostacolo, anzi ho iniziato a sostituire la mia lingua madre con l’italiano. Infatti in casa, anche con i miei genitori, parlavamo solo italiano”.

E la scuola come l’hai vissuta sotto questo aspetto?

“Ho fatto una scuola a tempo pieno e mi piaceva molto andarci. Mi ricordo che in prima elementare, appena imparato l’alfabeto, scrivevo ovunque e dappertutto: ero diventata grafomane.  Nonostante ciò, mi ricordo di aver fatto molta fatica ad essere accettata dai miei compagni di classe proprio in quanto il lavoro delle insegnanti da questo punto di vista è stato quasi pari a zero. Ciò era dovuto in parte al fatto che vedevano e sentivano che con la lingua ero spigliata, così come con il rendimento scolastico”.

Per te studiare è stato importante nel tuo processo d’integrazione?

“Lo studio era diventato un mio rifugio e riscatto dalla mia condizione di partenza, vedevo lo studio come l’unica cosa che mi facesse assomigliare ai miei compagni di classe e accettare dal mondo che mi che circondava. Spesso ciò mi provocava rabbia perché ho sempre dovuto combattere per affermarmi, farmi conoscere e non sentirmi dire ‘tu sei straniera!’ e le volte in cui ho sentito, ahimè, questa affermazione, ci sono sempre stata male. Io non mi sentivo diversa da nessuno: erano gli altri che volevano farmi sentire diversa da loro ed era difficile per me dimostrargli questo”.

Cosa ti ha spinto a diventare un’insegnante?

“L’amore, ma soprattutto l’appartenenza che sento alla lingua italiana e la voglia di trasmettere il mio sapere al prossimo, facendo attenzione alle difficoltà di ciascuno, piccoli e grandi, senza alcuna distinzione. Trasmettere la sete di conoscenza e l’amore per lo studio come unico mezzo per raggiungere i nostri obbiettivi. Ovviamente il percorso non è senza sacrifici e difficoltà, ma la soddisfazione finale ripaga di tutto. Vedersi dove si voleva essere, almeno nel mio caso, è la cosa che più mi ha gratificato nella vita. Da insegnante vorrei poter infondere coraggio, fiducia in se stessi, amore e gentilezza. Purtroppo certi valori si stanno dimenticando perché l’egoismo e l’individualismo che stanno dominando la nostra società hanno preso il sopravvento, facendoci dimenticare che siamo tutti esseri umani con sentimenti, emozioni e desideri”.

Secondo te, cosa dovrebbe rappresentare un’insegnante?

“Per me è  importante che ogni bambino senta la maestra come un sua alleata nella vita, un punto di rifermento (dopo ovviamente le figure parentali) nel suo percorso di crescita. È importante che fin da piccolo un bambino impari i giusti valori, impari ad essere umano e non un automa. Un essere pensante che può decidere cosa vuole diventare, cosa vuole fare, cosa vuole dare a questo nostro mondo per renderlo migliore di ciò che è. Vorrei poter insegnare che anche il più piccolo contributo può fare la differenza”.

Nel tuo lavoro insegni a bambini/e di varie età, e tra loro ci sono stranieri e seconde generazioni. Come vivono i bambini queste classi multiculturali?

“È difficile esprimersi perché sicuramente con uno spaccato di società come quello attuale, c’è ancora la paura dello ‘straniero’. Questa fobia è instillata ancor di più dalla nostra classe politica, che sta infondendo sempre più cattiveria e sta cancellando quei passi fatti negli anni fino ad ora verso una politica di integrazione ed inclusione verso il prossimo, che per quanto difficoltosa in parte ha funzionato, ma su cui ancora c’è bisogno di lavorare, in primis noi insegnanti”.

E gli adulti?

“Per chi ha potuto, come me, avere gli strumenti giusti, l’integrazione ha funzionato. Ma per chi non ha avuto la mia fortuna di poter studiare e di essere seguita da una famiglia attenta e premurosa, non mi sento di dire che l’integrazione abbia funzionato. Penso anzi che le politiche di integrazione sbagliate abbiano fatto sì che le persone si ghettizzassero da sole, volendosi fare forza tra di loro per affermarsi e dire: esistiamo anche noi”.

Trovi qualche differenza tra la scuola che tu hai frequentato e quella attuale che vivi da educatrice?

“Sicuramente ci sono stati notevoli passi avanti nella scuola da quando ero studentessa ad ora che sono un’educatrice. Avrei voluto anche io avere insegnanti più preparate e attente su questo argomento come ci sono oggi. Nel mio piccolo, come insegnante, attuo politiche di inclusione a partire dal rapporto con le altre insegnanti e tra i compagni di classe, facendo sì che la diversità di ciascuno sia un valore aggiunto per tutti noi e un punto di forza”.

Quanto è importante il valore della multiculturalità nel tuo metodo educativo?

“Nel mio metodo educativo è fondamentale la multiculturalità. Mi dà modo come insegnante di trovare sempre soluzioni alternative a adatte a ciascun bambino, mi fa misurare con difficoltà vere e proprie del mestiere, dandomi nuovi stimoli e punti di vista sempre diversi”.

Chiudiamo in bellezza: secondo la tua esperienza personale, cosa potrebbe fare di più la scuola per favorire maggiormente l’integrazione tra bambini fin dalla più tenera età?

“Penso che continuare a parlarne e ad attuare sempre più politiche di integrazione nella scuola fin dall’infanzia, con docenti motivati e preparati, sia l’unica strada percorribile. Se vogliamo questa è la sfida dell’insegnante: sconfiggere la paura del ‘diverso’, dello ‘straniero’, far capire che la diversità non nuoce e ci rende unici nel nostro genere, che dalla diversità possiamo solo apprendere e far tesoro di questa nuova conoscenza, ringraziando chi ci ha dato l’onore di poter conoscere culture e storie di vite diverse dalla nostra”.

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Tutto quello che non sapevate sulla Svezia e gli svedesi

Cosa vi viene in mente se dico Svezia o svedesi? Sicuramente nessuno può far a meno di pensare ad Ikea, al freddo, al buio, agli occhi azzurri e capelli biondi,…

Cosa vi viene in mente se dico Svezia o svedesi? Sicuramente nessuno può far a meno di pensare ad Ikea, al freddo, al buio, agli occhi azzurri e capelli biondi, alle ragazze sessualmente emancipate e di recente alla Nazionale di calcio svedese che alle qualificazioni di Coppa del Mondo 2018 ha battuto quella italiana provocandone l’esclusione.

Tanti sono i miti e le leggende da sfatare sulla Svezia e gli svedesi e altrettante sono le cose che in pochi sanno su questo Paese e sul suo popolo.

L’anno scorso ho avuto l’opportunità di vivere in una piccola città svedese per un programma doppio titolo e in cinque mesi di soggiorno sono parecchie le cose che non sapevo e che ho imparato sulla Svezia e soprattutto sugli svedesi. Ecco qui tutto quello che non vi aspettereste e che non mi aspettavo nemmeno io.

Parlano poco e bevono tanto?

Certamente nessuno si sorprenderà del fatto che gli altissimi e biondissimi svedesi siano poco loquaci e socievoli e che siano più disinibiti dopo aver bevuto qualche drink, ma quello che forse non sapete è il perché della loro introversione; come uno svedese stesso mi ha spiegato per loro è difficile sapersi approcciare con gli altri, svedesi e non. Durante i primi mesi in Svezia, quando incrociavo uno svedese nel collegio in cui abitavo e non mi salutava ci rimanevo male e la prendevo sul personale. Con il tempo ho capito che dietro a quel guardare il pavimento camminando come mummie senza dire “hey” (ciao in svedese) o “hi” c’era solamente una difficoltà nell’interagire con altre persone.

Guai a sedersi accanto ad uno svedese in autobus

Ebbene sì, mi capitava spesso di salire in autobus e vedere persone sedute con accanto a loro un posto libero. Un ragazzo che viveva lì mi ha spiegato che in Svezia è buona educazione in autobus non sedersi accanto a qualcuno in particolare se questo qualcuno è svedese che gelosamente custodisce il posto affianco a sé per paura che qualcuno si possa avvicinare. Questa regola di bon ton chiaramente va rispettata solo se ci sono abbastanza posti per tutti i passeggeri, altrimenti si è giustificati a sedersi accanto ad uno sconosciuto.

È inutile parlare sopra agli altri, tanto ti ignoro!

È incredibile ma gli svedesi sono assolutamente infastiditi da conversazioni con voci che si sovrappongono, cosa invece normalissima per noi italiani. Come spesso è capitato durante conversazioni tra italiani e svedesi se un italiano parlava ad uno svedese e un altro italiano subentrava nel discorso rubando la parola all’altro italiano, lo svedese lo ignorava con stile e classe continuando a parlare solo con la persona che era stata interrotta. È capitato anche a me personalmente di essere ignorata da una svedese perché avevo interrotto una ragazza che stava parlando ed una mia amica che aveva già vissuto in Svezia mi aveva detto che lo fanno sia perché non amano sentire più persone che parlano contemporaneamente ma anche per rispetto nei confronti della persona che sta parlando.

Invisibile, ma non quando hai bisogno di aiuto

E molto raro che uno svedese di sua spontanea volontà si avvicini a qualcuno per scambiare due chiacchiere o tantomeno per chiedere un’informazione, piuttosto finirebbe per perdersi per non chiedere indicazioni stradali. I nostri amici svedesi sono perfettamente in grado di non considerarti affatto, cosa che comunque a me non dispiaceva poiché durante tutto il mio soggiorno in Svezia non mi è mai capitato di essere “importunata” da ragazzi o uomini che suonano il clacson o ti fischiano mentre ti vedono passeggiare per strada. Però se mi capitava di chiedere informazioni a qualche svedese, ed in 5 mesi è capitato spesso, improvvisamente smettevo di essere trasparente e facevano sempre il possibile per aiutarmi.

Sono svedese ma non una poco di buono!

Mi dispiace dover deludere i lettori maschietti ma questa concezione secondo cui le svedesi siano sessualmente emancipate non fa di loro persone che vanno a letto con chiunque o che cedano a qualsiasi avance, anzi, come persone del posto mi hanno raccontato, sono molto timide e difficilmente si lasciano andare ai primi corteggiamenti.

Svezia: non solo Ikea

Forse molti non si immaginano che, come del resto anche io prima di arrivare in Svezia, ci sono dei paesaggi meravigliosi ed incantati soprattutto quando c’è la neve ( da novembre a marzo più o meno, quindi quasi sempre). La magia del paesaggio svedese è resa ancora più speciale dall’aurora boreale, evento unico al mondo ed affascinante per la sua particolarità se riuscite a non morire ibernati mentre cercate di vederla.

A primo impatto quello che salta a l’occhio sulla Svezia e sugli svedesi sono sicuramente elementi superficiali come il colore biondo “barbie” dei capelli e l’infinità di Ikea presenti nel territorio ma vivendo ed osservando le persone e l’ambiente che mi circondava ho scoperto che questo Paese e il suo popolo sono caratterizzati da qualcosa di più profondo e umano e non semplicemente da fattori come clima, aspetto fisico o abitudini, come succede del resto in tutti i Paesi quando si conoscono solo i loro cliché.

Tipico paesaggio invernale svedese

La magia dell’aurora boreale

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