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Adil: il cuoco musicista innamorato di Umbria Jazz

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora…

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora un po’ di tempo prima dell’intervista a Radio Cult, tanto vale stare qui e sentire un po’ di musica. Mi sto rilassando un po’ quando si avvicina un uomo, mi si siede accanto.

“Scusa – mi chiede – sai a che ora inizia il concerto?”

Gli rispondo che non lo so, che sono lì per caso. Ma intanto ho avvertito una cadenza particolare nel suo modo di parlare. Lo osservo un attimo, decido di provare a fare un’intervista al volo, à la #humansofumbria insomma. Mi presento, si presenta anche lui: si chiama Adil, ha 43 anni. Gli dico che collaboro con un blog che parla di immigrazione, integrazione e seconde generazioni, e gli chiedo se fosse un problema fare una chiacchierata su questi temi.

“Non me l’aspettavo – mi dice – ma va bene. Guarda che in Marocco vendevo macchine, parlo parecchio”. Nessun problema gli dico, anzi. “Va bene allora” mi risponde.

Inizia a parlare. Pensavo volesse fare qualche domanda sul blog, o sul tipo di domande che gli avrei fatto, come di solito succede. Ci metto qualche secondo a capire che per lui l’intervista era già iniziata, che mi stava raccontando di lui e della sua vita. Inizio a registrare.

“Sono a Perugia dal 2012, ma sono venuto in Italia nel 2010. All’inizio ero in Toscana: non avevo un lavoro fisso, ma bisogna sempre cercare, non mollare mai. Mi sono trasferito qua perché un amico aveva un ristorante e avevo la possibilità di lavorare con lui. In Marocco vendevo automobili in un concessionario, ma qui ho lavorato sempre nelle cucine dei ristoranti. L’importante è integrarsi nel settore in cui lavori, se non sei capace di integrarti in uno staff con poche persone come puoi pensare di integrarti in una società? Devi avere carisma”.

Questa è nuova. Cosa intendi per carisma?

Non ci pensa neanche su, risponde di getto. “Personalità, forza morale, coraggio. Con il carisma puoi fare tutto. Bisogna essere pazienti, avere cultura, saper comunicare con tutti: italiani, marocchini, americani, asiatici…  Bisogna capire come comunicare con la gente, tutto dipende dalla cultura e dalle proprie qualità”.

E l’ambiente in cui vivi, le persone che ti circondano, e magari ti guardano in un modo particolare per come ti comporti, per come parli, per la tua nazionalità? Quanto peso hanno?

“Certo dipende anche dalle situazioni, ma chi ti sta di fronte non sa chi sei tu, non conosce la tua vita, la tua storia, le tue esperienze. Devi comunicare tutto questo. Ognuno vive in società diverse, con mentalità e culture diverse: se si è ignoranti, senza cultura, educazione, o capacità intellettuali non puoi integrarti. Anche lo studio è importante: cercare di migliorarsi, e di non fare sempre gli stessi sbagli.” Si mette a ridere. “Non solo studiare materie: geografia, storia, o altro. Devi conoscere le lingue. Per esempio io parlo il francese come seconda lingua, un po’ di inglese perché l’ho studiato…”

Beh, anche l’italiano.

“Guarda, non sono ancora molto soddisfatto di come parlo l’italiano, cerco sempre di perfezionarlo. Questa è vera integrazione, sapere come esprimere al meglio i propri bisogni e i propri pensieri.”

Il volume, fino a quel momento abbastanza basso da fare da sottofondo alla nostra chiacchierata, aumenta di colpo. Stare così vicino alle casse non aiuta. Avvicino il microfono, inizio ad avere difficoltà a sentire le parole di Adil che intanto, forse influenzato dalle note, mi parla del suo rapporto con la musica.

“Sono pazzo per la musica, ho un’ora di pausa dal lavoro al ristorante e quando c’è Umbria Jazz vengo qui ai Giardini Carducci, meglio che stare un’ora a casa. Per fortuna Perugia ha Umbria jazz, altrimenti forse me ne sarei già andato. Anche io suono, il pianoforte. Da bambino vivevo in una casa in cui si sentiva sempre musica, i miei cugini suonavano in un gruppo, mio padre aveva vari dischi. Ricordo che la mia prima cassetta era di Bob Dylan, mi piaceva Ray Charles. Quando ero piccolo suonavo, e ho ricominciato poco tempo fa, dopo venti anni. Ora appena posso esprimo i miei pensieri e i miei sentimenti attraverso la musica. Non ho mai studiato musica, improvviso. Ho fatto anche alcuni brani, ma per ora li tengo per me. Non tutti approfittano del momento, io ringrazio per i momenti che vivo. Quando sono al pianoforte vivo dei momenti che sono solo miei, che nessuno può togliermi.”

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Una serata particolare: Blog Niù @ Radio Cult!

Ieri è stata una giornata particolare: Blog Niù è stato invitato dagli amici di Radio Cult per fare una chiacchierata in diretta Facebook nel programma Dammi il Cinque, presentato dal nostro Guy!…

Ieri è stata una giornata particolare: Blog Niù è stato invitato dagli amici di Radio Cult per fare una chiacchierata in diretta Facebook nel programma Dammi il Cinque, presentato dal nostro Guy!

💪 Tre valorosi sprezzanti del pericolo si sono fatti avanti: Federica per parlare di Umbria Integra e del progetto DEEP, Elena come nuova entusiasta editrice del nostro blog, e Marco in rappresentanza degli irriducibili che hanno creduto nelle Nuove Identità Urbane fin dall’inizio. 💪

Grazie ai ragazzi di Radio Cult, che ci hanno fatto sentire a casa e ci hanno dato la possibilità di parlare di questo grande progetto!!  😍

Vi siete persi la diretta? 😱 Guardatela in streaming! Qui la prima parte, e qui la seconda! (dopo problemi tecnici che hanno tagliato un pezzetto dell’intervista a Elena… il bello della diretta! 🤣)

E qui sotto una piccola galleria con il meglio del meglio della serata!

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Nelle playlist dei ragazzi dello Sprar

Le colonne sonore dei richiedenti asilo e rifugiati scandiscono le loro giornate tra nostalgia di casa, ricordi dolorosi di viaggio e il desiderio di un futuro senza conflitti. Nell’ambito del…

Le colonne sonore dei richiedenti asilo e rifugiati scandiscono le loro giornate tra nostalgia di casa, ricordi dolorosi di viaggio e il desiderio di un futuro senza conflitti. Nell’ambito del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) i ragazzi trascorrono il tempo tra corsi di lingua, ricerca di lavoro, tentativi di contatti con i familiari. Giovani poco più che ventenni con alle spalle esperienze difficili, ma gli stessi desideri dei loro coetanei che attraverso il linguaggio della musica mi hanno raccontato speranza e desideri.

JANKO JABBIE
Mamadou: “Ciao Janko come stai?”
JJ: “Bene grazie bro!”
M: “Sai già perché sono qui vero?”
JJ: “Sì, mi ricordo dell’intervista”.
M: “Andiamo dritti al punto, chi è il tuo artista preferito?”
JJ: “Jah Cure. Ma il “mio” Jah Cure. Ho scelto lui perché è uno degli artisti migliori al mondo. Quando lo ascolto mi sento felice, sento tante emozioni. La mia canzone preferita è All of me. Ascolto molto della sua musica ma questa è la mia preferita perché ti senti in connessione con te stesso, niente è come vivere insieme in amore e armonia, perché tutti gli esseri umani sono uguali. Il suo messaggio è che bisogna vivere in pace… amore, bro!”.

SALIOU JALLOW
Artista preferito: Rica.
“Rica è il migliore artista della Guinea. A Conakry, la capitale, la mia gente non ascolta la sua musica perché non comprendono quello che dice, ma quando lo capisci comprendi che sta parlando di te nelle sue canzoni”.
Canzone preferita: “Yadu Safari”.
“Letteralmente “colui che viaggia a piedi”. Questa è la mia canzone preferita che ascolto la mattina appena sveglio. Racconta della mia vita, del mio viaggio e continuerei ad ascoltarla ancora e ancora. Ho perso alcuni amici durante il mio viaggio. Questa canzone parla della mia vita”.

SAIKOU
Artista preferito: Richie Spice.
Canzone preferita: “Mother of creation”.
“Ho scelto questa canzone perché mi fa pensare a mia madre, una donna così speciale. Se ci pensi profondamente sai che le madri di tutto il mondo sono speciali, non saprai mai quanto tua madre ti ami! Il giorno che ho lasciato il mio Paese ho lasciato anche mia madre e ho imparato che niente è come la mamma. Il suo amore per te sarà sempre speciale, a distanza o vicino. Il suo amore sarà sempre là per te. Richie canta per tutte le madri, per questo la canzone ha questo titolo!”.

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Facciamo un  gioco di ruolo

Oggi vi propongo un gioco di ruolo. Per circa un minuto cerchiamo di metterci nei panni di quelli che “fanno la pacchia”. Ma prima una mia breve introduzione, mi chiamo…

Oggi vi propongo un gioco di ruolo. Per circa un minuto cerchiamo di metterci nei panni di quelli che “fanno la pacchia”. Ma prima una mia breve introduzione, mi chiamo Sarah, sono nata il 2 aprile 1986 e ho la fortuna di essere nata in Italia, dalla parte giusta del mondo. Sono nata in una famiglia che, per vivere, ha dovuto fare moltissimi sacrifici, ma alla fine ce l’abbiamo fatta anche se ancora oggi fatichiamo ad arrivare a fine mese, ovviamente – rispetto a tante altre persone – non mi manca nulla. Ad un certo punto anche mia madre ha trovato lavoro, ma con altri due fratelli i sacrifici sono stati tanti. Certo, quando ero più giovane e vedevo i miei compagni di classe che facevano viaggi, avevano vestiti firmati, giocattoli all’avanguardia, ne ero invidiosa. Crescendo e studiando sono però riuscita a capire che i beni materiali non valgono poi così tanto se, nella vita, preferisci la morte di un essere umano solo perché di un colore di pelle diverso o una religione che non riesci a comprendere. Nonostante i tanti sacrifici e grazie all’aiuto di borse di studio, lavoretti come cameriera, baby sitter, “ragazza delle ripetizioni”, sono riuscita a conseguire il dottorato, e quindi mi reputo una persona davvero molto fortunata.

 

E adesso il gioco. Siamo il signor o la signora X che nel lontano anno Y è nata in Yemen, in Nigeria, in Mali, in Senegal, in Siria, in Libia, in Messico, in Venezuela, in Afghanistan, in Iraq, in Palestina o in qualsiasi altra nazione. Ciascuno di noi può scegliere il Paese che vuole, con una sola regola: deve essere presente un conflitto armato, dove vivere è così pericoloso da non poter neanche uscire di casa oppure, dove è così difficile da trovare acqua potabile che, per farlo, dovete camminare almeno 20km ogni giorno. Ok siamo pronti.

 

Io scelgo la Nigeria. La Nigeria è una nazione dell’Africa centrale, colonia britannica dal 1914 alla quale venne concessa la completa indipendenza il 1° ottobre 1960. Questo ha fatto si che sette anni dopo, il gruppo etnico degli Igbo, dominante nella regione orientale, dichiarò l’indipendenza dalla Nigeria che portò a una sanguinosa guerra civile, la guerra del Biafra. Da qui, il detto italiano comune, almeno nella mia provincia, destinato a qualcuno molto magro e mal vestito: «mi sembri uno del Biafra», direi, orribile! Dopo diversi colpi di Stato, prese di potere e soprattutto l’istallazione di compagnie petrolifere hanno provocato un disastro ambientale sul delta del Niger. Distruggendo flora e fauna locali.

 

La Nigeria è al 50% musulmana e al 49% cristiana. Per anni cristiani e musulmani hanno vissuto insieme, non era una questione di appartenere a una religione invece che un’altra, fino a quando il gruppo terrorista Boko Haram ha preso possesso di alcuni territori iniziando a uccidere chiunque andasse contro i loro principi “musulmani”, se così si possono definire. Boko Haram, significa letteralmente “Occidente Proibito”, questo gruppo, ammaliato da un islam mal interpretato uccide chiunque, musulmani e cristiani. Non c’è differenza. Utilizzano bambini per farsi esplodere, hanno rapito nel 2014, 276 studentesse.

 

Ecco, detto ciò, e se voi, se tu, se io, fossimo nati in Nigeria 20, 30 o 40 anni fa? Che cosa avremmo fatto? Saremmo rimasti a farci uccidere o avremmo tentato l’impossibile e utilizzato tutti i nostri risparmi per tentare di sopravvivere da qualche altra parte nel mondo?

Lascio a voi le conclusioni.

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Al Consiglio d’Europa tutti soddisfatti, nessuna soluzione

Se per caso in questi giorni vi è capitato di accendere la televisione, o il pc, o avete usato facebook, vi sarete probabilmente accorti che per un po’ il tema…

Se per caso in questi giorni vi è capitato di accendere la televisione, o il pc, o avete usato facebook, vi sarete probabilmente accorti che per un po’ il tema del momento è stato il Consiglio Europeo del 28-29 giugno, che ha inaspettatamente – ma neanche tanto – finito per concentrarsi sul “problema” migranti (concedetemi le virgolette: lo chiamerò anche io “problema” dato che il dibattito è sceso fino a questo livello, ma non riesco a prendere sul serio quest’espressione in politichese stretto).

“Ma Bruxelles è in provincia di Perugia o di Terni ora? Cosa c’entra Blog Niù in tutto questo?” C’entra, fidatevi che c’entra come c’entriamo tutti, chi più chi meno… ma andiamo con ordine.

Tutti salvi?

A prima vista, poche cose sembrano chiare di tutto l’avvenimento. La più chiara è che, dopo una notte passata a combattere anche sulle virgole, anche solo il fatto di aver trovato un qualche tipo di accordo deve essere sembrato un miracolo. E infatti al mattino i protagonisti erano tutti soddisfatti: la Francia per aver salvato l’Europa, la Germania per aver salvato il summit, la Spagna per aver salvato i migranti (era successo il giorno prima, speriamo continuino), l’Italia per aver salvato la faccia (ma non proprio), il “gruppo di Visegrad” per aver salvato la loro linea guida del “rimanete fuori che tanto non vi vogliamo”. Se questa soddisfazione generale vi sembra sospetta, non preoccupatevi: avete ragione.

La seconda cosa più chiara è che, almeno sul tema migranti, la notte in bianco non ha portato grandi novità. Non entriamo in tecnicismi, andiamo al succo della questione.

Per iniziare, tutti si sono detti d’accordo su un fatto: se un migrante economico si avvicina all’Europa, deve fare dietrofront, o verrà costretto a farlo. Anche senza contare che l’Italia e gli altri Paesi europei non hanno accordi con tutti i possibili Paesi d’origine di questi migranti, e quindi la soluzione trovata lascia il tempo che trova; sembra che nessuno si renda conto che chi viene fino a qua “solo” per un problema economico lo fa perché effettivamente si trova in enormi difficoltà nel suo Paese. E non stiamo parlando di problemi tipo “non guadagno abbastanza da comprarmi il mio secondo smartphone dell’anno, devo guadagnare di più, vado in Europa”. Ma questo è quello che sembra credere una fetta importante di chi va a votare, e quindi vuoi per mantenersi a galla, vuoi per mantenersi sulla cresta dell’onda, i leader europei non potevano che trovarsi d’accordo almeno su questo punto.

Migranti economici vs. richiedenti asilo

I risultati che danno più da pensare coinvolgono una categoria protetta a livello universale: i migranti che possono richiedere lo status di “rifugiato”, perché per qualche motivo (razziale, etnico, religioso, di preferenze sessuali o politiche) perseguitati nella loro terra. E che decidono di abbandonare tutto per vivere serenamente la loro vita in Europa: patria dei diritti e delle libertà, o almeno così ancora dicono.

Anche loro, come i migranti economici, sono per lo più costretti a fare viaggi impensabili (avete letto la storia di Mamadou?); e anche loro spesso devono rivolgersi a criminali o ad usare mezzi più o meno avventurosi per sperare di raggiungere l’Europa. Una Terra Promessa che però sembra non volere neanche loro: il rifugiato che vede accolta la domanda di protezione internazionale deve rimanere nel Paese che gliel’ha concessa, senza possibilità di trovare un altro posto in cui vivere. Il che vuol dire che se arriva e ottiene la protezione in Italia, non potrà spostarsi più in un altro Paese: se ci prova, viene riportato indietro perché lì (che so, in Austria o in Baviera) alcuni non vogliono avere nulla a che fare con i migranti e preferiscono vederli altrove. Il che, considerando che anche alcuni italiani vorrebbero non avere nulla a che fare con i migranti e preferirebbero mandarli altrove (che so, in Austria o in Baviera), sembra un cane che si morde la coda.

Ma stiamo divagando, torniamo sul pezzo.

Il problema è questo: se i migranti economici non possono entrare, e i rifugiati invece sì, e viaggiano insieme negli stessi barconi o lungo le stesse strade (perché non ci siamo solo noi, ricordiamocelo: chi viene dalla Siria fa un percorso molto diverso e con mezzi diversi rispetto a chi viene dall’Africa, e sono altri i Paesi che vengono attraversati da questa gente); se tutto questo è vero, dicevamo, come capire chi è chi, e se può far valere dei diritti?

Quando la soluzione è peggiore del “problema”

Soluzione numero 1: rifilare la patata bollente ai Paesi di transito, dove esaminare le domande di asilo in strutture apposite, in modo da scoraggiare traversate pericolose. Tutto molto bello, se non fosse per un particolare: alcuni hanno già deciso di rifiutare la gentile proposta del Consiglio europeo, Libia inclusa (forse meglio così: una cosa del genere in posti come la Libia, vista la situazione che vive chi è costretto a passare per i centri di detenzione, ha un non so che di presa in giro). Come si risolve la questione? Convincere questi Paesi sembra complicato; costringerli non suona come un gran piano. Che fare? Silenzio assoluto, nessuna indicazione fino a ottobre, passiamo ad altro.

Soluzione numero 2: i Paesi europei potrebbero costruire dei “centri di identificazione” (diversi da quelli conosciuti, con una punta di ironia o di sadismo, come “centri di accoglienza”) per esaminare le proposte in fretta, tre giorni al massimo, come quelli presenti in Italia e Grecia. Anche se poi alla fine tutta questa velocità non c’è, e con l’efficienza che ci contraddistingue i centri finiscono per “accogliere” sempre più persone, in condizioni sempre peggiori, per periodi sempre più lunghi. Ok, magari in nord Europa la cosa funzionerebbe meglio; ma ne siamo poi sicuri? E se poi la cosa andasse male, cosa ci inventeremo per peggiorare la situazione?

Soprattutto, la parola chiave qui è “potrebbero”: anche su questo punto, nessuno è obbligato. Tanto per dire, Francia e Austria si sono già tirati fuori. Il che significa che, nella speranza che almeno i porti vengano riaperti e ricominci il dialogo con le Ong, si continuerà sulla falsariga seguita finora: lo status di rifugiato potrà essere valutato e richiesto solo nel Paese di arrivo (vedi: Italia, Grecia, Spagna), mentre i migranti nei centri di identificazione aumentano fino a livelli non più sostenibili, sia per i migranti stessi (costretti ad essere accolti nel loro carcere che carcere non è) che per chi vive nella zona (per una questione di percezione del “problema” che problema non è); intanto, i politicanti locali punteranno sul tradimento dell’Europa sul “problema” migranti e sul sempre verde tema dell’”invasione”, e si esacerberanno malumori e pregiudizi nei Paesi (vedi: Italia) in cui questi già stanno montando, con i risultati che sappiamo.

E l’Umbria?

Ora torniamo a noi. Tutti abbiamo vissuto una campagna elettorale fatta più di promesse irrealizzabili, di disinformazione e di facili slogan che di sensibilità verso problemi reali, vissuti da persone reali, e che necessitano di una soluzione reale, o perlomeno realistica. Non chiudere gli occhi (oltre che i porti) davanti alle sofferenze, ma dare una mano d’aiuto (e non le spalle) a chi viene qui per cambiare la propria vita. E la cosa non succede solo in Italia: il Consiglio Europeo dimostra, se ancora non ce ne fossimo accorti, che il Problema (lettera maiuscola, nessuna virgoletta: questa è una cosa seria) è comune, anche se pensiamo di no.

“Sì, ma l’Umbria?”. L’ho già detto, i risultati l’abbiamo già visti, anche qui. Sarà un caso, ma da qualche giorno una certa città ha assunto una tonalità di verde molto particolare…

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Mamma single e straniera, vi racconto la mia vita complicata ma felice

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single…

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta

Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single di un angelo, come indica il suo nome. Ha 6 anni e fa l’ultimo anno della scuola materna. Sono anche una studentessa al terzo anno di Comunicazione internazionale all’Università per stranieri di Perugia. Sono molto sensibile a tutti gli argomenti relativi agli immigrati e alla loro integrazione in diversi paesi ospitanti. Sono orgogliosa e molto ambiziosa. Molte persone intorno a me mi chiamano femminista, ma io non la penso così, sono solo una ragazza indipendente e contraria agli atteggiamenti maschilisti degli uomini perché credo nelle capacità delle donne. E delle donne africane in particolare.

Patricia è soprattutto una madre, mio figlio è la mia vita e la mia fonte di motivazione

Sono ancora  giovane, avrò solo 27 anni a settembre. Alcune circostanze che ho conosciuto e affrontato mi hanno portato ad una situazione che condividerò con voi.

Quello che vorrei dirvi oggi è che mi sento soddisfatta. Non totalmente felice, ma abbastanza appagata nel prendermi cura di me stessa e di mio figlio. Eppure, ogni giorno è difficile. Ho così tanti fardelli sulle mie spalle che a volte vorrei lasciarmi andare e andar via. Ma posso? No, ho delle responsabilità e le affronto a testa alta.

Durante i primi giorni della gravidanza, non avevo smesso di frequentare l’università dove stavo seguendo i miei corsi di lingua italiana. È stato un momento così difficile. Alle fragilità della gravidanza che mi sentivo addosso, si aggiungevano i problemi familiari: i miei mi hanno lasciata da sola perché li avevo disonorati; le difficoltà finanziarie: era mio padre a prendersi cura di me, ma dopo avere saputo della gravidanza, era insopportabile.

A volte mi sono ritrovata da sola a piangere, non sapendo cosa fare e su chi potevo appoggiarmi per dimenticare tutto questo, non avendo nessun al mio fianco, nemmeno i miei genitori. Grazie a Dio ho trovato una zia comprensiva e molto dolce, che mi ha aperto la porta della sua casa, non mi ha causato grossi problemi, al contrario, ho trovato il conforto in lei, ha saputo sostituire la mia mamma, mi è sempre stata vicina nei momenti difficili. Lei e la sua famiglia mi hanno portato restituito la serenità.

È vero che non sembro una giovane donna di 27 anni, ma non sono così vecchia.  Alla mia età, molti hanno genitori su cui possono contare e provvedere a loro. E magari trovano un modo per lamentarsi e dire che non è abbastanza. Certo, la mia faccia non può essere piena di candore, dopo quello che ho vissuto e la maternità che lascia le tracce. Se dico qualcosa sulla mia esistenza, non è a causa dell’angoscia, è solo perché non c’è nulla da temere, il peggio è dietro di me. Sono molto sincera, presumo, gli eccessi del mio passato non mi spingono verso idee suicide, al contrario, traggo una forza che mi permette di battere e combattere un percorso che mi porterà ad un futuro migliore.

Non dire mai cose brutte a te stesso, ci sono già abbastanza persone che lo fanno.

La mia vita non è infelice. Nonostante le responsabilità, il lavoro, gli studi, le preoccupazioni. Non mi definisco infelice. Ho trovato la mia strada. E forse disseminata di insidie, ma le affronto in una lunga scalata passo dopo passo. Corro verso la felicità e grazie a Dio non sono ancora caduta in un precipizio.

Se ho saputo superare questa prova e mantenere il mio buon umore che voglio condividere con voi, è solo perché non dobbiamo lasciare che nulla ci tolga la gioia di vivere. Ogni giorno è difficile e a volte non so come arrivare alla fine del mese, ma Dio provvede sempre a modo suo. Dobbiamo solo dire “è una situazione temporanea, domani sarà migliore”.

E tutto questo non è possibile senza fare pace con se stessi e gli altri, essere in grado di perdonare se stessi per aver commesso alcuni errori, essere intrappolati qualche volta e soprattutto essere stati ingenui. Il perdono è un potere che libera.  Sono una madre, orgogliosa e soddisfatta. E nessuno potrà mai strapparmi la mia gioia di vivere.

 

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Ho sposato uno straniero: 7 domande che ti stressano la vita

Non so a voi, ma spesso capita sentirmi fare domande senza senso. Mio marito è nato in un Paese musulmano, l’Iran, ignoto quasi al 50% della popolazione e il restante…

Non so a voi, ma spesso capita sentirmi fare domande senza senso. Mio marito è nato in un Paese musulmano, l’Iran, ignoto quasi al 50% della popolazione e il restante 50% lo conosce a causa della “bomba nucleare” 💣e degli Ayatollah 👳‍♀️👳🏾‍♂️. Non basta e ancora non è finita. In una società così “avanzata” come quella italiana, le domande che mi fanno, sono così incredibili che a volte mi chiedo, ma seriamente? Ecco alcuni esempi:

 

  1. Ah… l’Iran 🇮🇷… si, ma che è quella nazione dove le donne portano il burqa🧕🏽?
  2. Ma tuo marito, lo mangia il maiale 🐖?
  3. Tuo marito, beve alcol 🍸🍾?
  4. Aspetta, l’Iran è quel Paese in cui le donne non possono uscire di casa 🏠✋🏽?
  5. Tuo marito ti da il permesso di uscire a maniche corte🙅🏽‍♀️?
  6. Sei stata mai in Iran? È pericoloso? Mi raccomando, quando vai, stai attenta!‼⛔🚫❓⚠
  7. Ma tua suocera com’è? Hai un buon rapporto con lei? 👩‍👦

 

Bene, anche per questa puntata è tutto, non so voi, ma vi capita di ricevere questo tipo di domande? Se si, come reagite? Cosa ne pensate? Se avete voglia di condividere con me le vostre esperienze scrivete a info@blogniu.it, con oggetto (Rubrica: Ho Sposato Uno STRANIERO).

 

 

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Dall’inferno della Libia ai barconi verso l’Italia: volete davvero sapere di questo viaggio?

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio. 10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina…

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio.

10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia e Italia.

Ogni paese che ho attraversato ha costituito una differente esperienza di vita ma il luogo peggiore dove sono stato è in Libia.

15 agosto 2013, Agadez, (Niger). Lascio il Niger. Eravamo 24 persone caricate in un pick-up (Toyota) dove stavamo strettissimi. Ai trafficanti non importa se cadi dalla macchina, non si fermerebbero mai, si comportano come se nulla fosse accaduto. Abbiamo passato 8 giorni nel deserto, senza acqua né cibo, con il sole che picchiava fortissimo.

Dopo 5 giorni nel deserto, ricordo che il trafficante ci disse che andava a cercare l’acqua. Dopo molte ore, non era ancora tornato. Abbiamo aspettato tanto tempo. Ad un certo punto, alcuni di noi hanno iniziato a perdere le speranze. Alcuni dicevano che non sarebbe mai tornato, altri che dovevamo andare noi da lui. Dopo aver realizzato che non sarebbe mai tornato indietro, abbiamo iniziato a camminare in piccoli gruppi, senza una direzione. Dopo pochi passi, abbiamo iniziato a vedere corpi morti nel deserto.

In quel momento ho realizzato che dove ci aveva lasciato il trafficante era un punto di abbandono, di non ritorno.

In una situazione del genere, anche se vuoi aiutare qualcuno non puoi. Devi pensare solo a te stesso. Eravamo partiti con un gruppo di 8 persone… ed eravamo rimasti in 4.  Dopo giorni di cammino in mezzo al nulla, non si sentiva più nessuno proferire parola, nessuno faceva più domande. Il sole picchiava e continuavamo a vagare senza direzione.

Fortunatamente, durante il tragitto abbiamo incontrato qualcuno. Erano soldati libici che controllavano la zona. Siamo stati salvati e portati in un piccolo centro urbano, lontano da Tripoli, la capitale.

Dopo un mese nella cittadina dove eravamo costretti a lavorare, io e un amico siamo riusciti a raggiungere Tripoli, dove sono rimasto per circa un anno e sette mesi. Durante la mia permanenza, andavo a ‘Chat palace’ un posto che può essere paragonato ad una “sala di attesa” dove si spera di essere assegnati a lavori di fortuna. Pulizie, piccoli lavoretti da elettricisti etc.. molte volte non venivamo neanche retribuiti. Dopo questa esperienza, io ed altre 120 persone abbiamo provato a raggiungere le coste libiche per scappare e venire in Italia. La Libia non era più sicura ed io non potevo tornare indietro. Iniziava la seconda guerra civile libica.

Prima di arrivare alla costa però, siamo stati presi dalla polizia libica e portati in carcere, luogo nel quale sono rimasto per circa tre mesi.

Un giorno ci hanno prelevato dal carcere per rimpatriarci a Sabha, città a sud del paese (la città del ‘rimpatrio’). A Sabha puoi incontrare gli asma boys, ragazzini armati che si divertono a sparare. È uno dei posti più pericolosi della Libia. La polizia libica scortava i tre autobus dove eravamo stati stipati.

Appena la polizia ha girato l’angolo e non ha ci ha seguito più, sono riuscito a scappare lanciandomi dal finestrino. Non sapevo dove fossi, in quale direzione andare. Ad un certo punto ho visto un ragazzo africano e gli ho chiesto di farmi fare una chiamata dal suo cellulare. Ho chiamato un amico a Tripoli e lui ed un suo amico libico sono venuti a prendermi. Sono tornato a vivere a Tripoli dove sono rimasto ancora un mese.

Il Paese però era ancora in preda alla guerra civile, la situazione era peggiorata. Non potevo più stare lì. Così sono andato a vivere a Zuwarah, da dove mi sono imbarcato per l’Italia.

 

Mamadou Baldeh

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Chiudere i porti allo sbarco dell’odio

“Chi parla male, pensa e vive male” diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. E ancora, “le parole sono importanti”, perché formano, condizionano e contribuiscono a plasmare la realtà in cui…

“Chi parla male, pensa e vive male” diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. E ancora, “le parole sono importanti”, perché formano, condizionano e contribuiscono a plasmare la realtà in cui siamo immersi.

È un mare di parole, infatti, quello in cui nuotiamo ogni giorno. Ad alcune ci appigliamo forte, altre le lasciamo fluire con la corrente, altre ancora rimangono a galleggiare senza tempo come boe. Ce ne sono talune, però, che divengono scogli in mezzo al mare: qualcuno può decidere di sedervisi ad ammirare l’infinito, qualcun altro li circumnavigherà in cerca di altri lidi, altri ancora ne faranno il loro punto fermo nell’incertezza e nella paura.

Non costituisce novità il fatto che forze politiche come la Lega utilizzino il linguaggio dell’odio. Il fattore nuovo però, è dove esse si trovino adesso e cioè al Governo. La maniera di esprimersi dell’establishment diviene, ahi noi, la voce degli italiani. In Europa e nel mondo.

Improvvisamente, la retorica e la propaganda prendono il posto del ragionamento sulla scelta delle parole, sulla sensibilità del linguaggio, sul vocabolario delle sfumature. Via all’utilizzo di espressioni crude, fatte apposta per i social media, che mirano agli istinti più bassi delle persone. Le stesse espressioni che, troppo spesso, messe di fronte alla realtà dei fatti, si polverizzano come sabbia.

Ma quali sono gli elementi che contribuiscono all’incitamento dell’odio online? Eccoli, uno ad uno, in un elenco non esaustivo ma basato sui…fatti.

Gli slogan

Clandestino. Immigrato. Pacchia. Sprechi. Finta solidarietà. Business dell’immigrazione. Business schifoso dell’immigrazione clandestina. Extracomunitario. Barconi. Galeotti. ‘Chiudere i rubinetti’ alle ONG. Chiudiamo i porti! Rispediamoli a casa! A casa! Finti profughi.

L’antidoto: Ragionamenti. Spiegazioni. Numeri. Risorse disponibili. Motivazioni delle scelte politiche.

Il principio ‘ della ruspa ’

Erroneamente si parla di banali macchine da cantiere ma la ruspa è un mezzo altamente qualificato e specializzato, infatti, secondo Wikipedia, ha le seguenti funzioni: rimuove il terreno vegetale, scava e trasporta terreno molto compatto, anche ghiaioso ma non cementato, sparge materiale a strati. Non ultimo, la ruspa fa scomparire baracche.

Il principio ‘della ruspa’ livella tutto. È utilissimo a chi non vuole pensare, analizzare, farsi domande. Non c’è più differenza tra il richiedente asilo, il migrante, il rifugiato. Tutto è su un pericoloso livello di appiattimento. La protezione internazionale? Nessuno ne ha veramente bisogno. La persecuzione politica? Tutti mentono, vogliono solo rubarci il lavoro. Il sogno di una vita soddisfacente? È troppo da chiedere, non ne hanno il diritto. “Prima gli italiani”.

La ruspa estirpa anche i sentiment…alismi. Perché così li etichetta. Il buonismo è ‘finto’, l’umanità un pericoloso business. Tutto diviene forza, onore e orgoglio. La debolezza è pericolosa, la si deve nascondere o altrimenti…annientare.

L’esercizio da fare

Di fronte a questo innalzamento dei toni, quale formula può essere efficace per contrastare l’incitamento all’odio?

Un esempio messo in campo dalla campagna di Neue Deutsche Medienmacher “ A first Aid Kit against Hate speech in Germany” che ha creato meme e gif simpatiche per combattere i cosiddetti ‘haters’.

Mettere in discussione gli stereotipi e le generalizzazioni; Studiare, per avere gli strumenti necessari a capire i fatti; Comprendere che l’escalation dell’incitamento all’odio è destinata a mettere tutti contro tutti; Esercitare il pensiero critico ma… anche l’ironia. Quest’ultima può creare delle narrative alternative per dimostrare che altre interpretazioni della realtà esistono.

 

                 Federica Mastroforti

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